Notizie da Circomondo Festival

Io non voglio essere solidale con le vittime di Nizza

Io non voglio essere solidale con le vittime di Nizza

Articolo di Giovanna Rossi

Ogni tanto mi escono gli articoli sui fatti di cronaca. Raramente. Non mi piace parlare di ciò che non conosco, soprattutto non mi piace parlare di ciò che non appartiene alla mia vita. Quello semmai lo faccio su commissione. Stamattina però mi sono svegliata come tanti con la notizia dell’attentato di Nizza. Un attentato appartiene alla nostra vita?

Qualche minuto per informarmi, leggere qualche news. Cuore e mente in silenzio. Poi ho svegliato i bambini come tutte le mattine, la solita canzoncina, il bacio, le finestre che si aprono e fanno entrare il sole. Colazione e le solite raccomandazioni: finite il latte, non litigate per il bagno, prendete su le felpe che stanotte c’è stato il temporale.

Poi, in bagno, apro Facebook. Ognuno a dire la sua sui fatti di Nizza, sugli attentati, a scegliere il modo più bello, l’immagine più figa, le parole più appropriate. Solidarietà a…

Ecco in quel momento ho pensato che la solidarietà del giorno dopo fa più morti delle bombe. Perché la maggior parte delle persone, per fortuna non tutte, che citano il Papa, che non sanno come dirlo ai bambini… queste persone sono quelle che fino al giorno prima non hanno mosso un dito per rendere il mondo un posto migliore. Che attaccavano i colleghi, che pensavano solo al proprio vantaggio, che lasciavano correre i comportamenti scorretti dei figli. Cosa insegniamo ai nostri bambini e alle nostre bambine? Ad abbinare il rossetto e ad avere il taglio giusto quando entriamo in campo o insegniamo il rispetto dei compagni, tutti!, delle maestre, degli sconosciuti incontrati per strada.

Quanto vale un altro essere vivente in una scala da 1 a 10? Per noi. Non per un attentatore. Dipende? Appunto… Se vale meno di noi lo posso deridere, calpestare, annientare, uccidere.

La gente non saluta più nei negozi, o dal dottore, i bambini a 10 anni li vedi come automi ai cellullari o ai tablet mentre i genitori fanno le loro cose. Se si perde è colpa dell’arbitro, o al massimo del meteo, del terreno o di un alibi qualsiasi. Le armi giocattolo sono una cosa data per scontata e non ci diamo mai una regola, non facciamo fai un cazzo di fatica. Mai. Ci deve pensare sempre qualcun altro. I politici, il capo, il vicino… Ecco, per cambiare il mondo si deve far fatica. E non si deve andare da nessuna parte. Si deve fare fatica in casa, ogni giorno, nel nostro piccolo e dannatamente complicato universo.

Anche la solidarietà è una cosa comoda, maledettamente comoda. Chi non sarebbe solidale contro le vittime di un attentato o di una strage. Chi? Ma questa solidarietà opera qualcosa in noi? O è solo il modo più semplice per placare le nostre coscienze?

Questo mi chiedo oggi. Quella bambola a fianco di una bambina morta per me è uguale al pensiero di tutti i bambini che muoiono ogni giorno. Io non ce la faccio a sentirla diversa. Potrebbe essere mia figlia. Vero. Ma ogni bambino lo è. È morta perché qualcuno l’ha deliberatamente uccisa? E chi ha ucciso l’ultimo bimbo annegato al largo dell’Adriatico? Chi quello abbandonato dai genitori espropriati dai loro terreni dalle multinazionali che ci nutrono ogni giorno? Chi?

Allora non possiamo fare nulla? Neanche piangere delle vittime innocenti? Ovvio che non è così. È come dopo una sconfitta, certo che è giusto piangere. Ma piangere davvero, in silenzio e col pensiero pronto a cambiare le cose. A cambiarle nella nostra vita. Ma cambiarle costa fatica. Perché il mondo non si cambia il giorno dopo una strage si cambia ogni giorno. Con l’esempio soprattutto. Non c’è scampo. Con piccoli gesti quotidiani. Piccoli e costanti. Piccoli e instancabili. Come i bambini.

Avranno la meglio se noi non iniziamo a riprenderci la nostra cultura, che non ha nulla a che fare con la religione, con la solidarietà, con l’Occidente. È una cultura fatta di autenticità, di sudore, di semplicità, di rispetto per il mondo e i suoi abitanti. Di rispetto per la vita. Di amore. Quello che ci è stato tolto non ce l’hanno tolto gli estremisti islamici, abbiamo fatto tutto da soli. Ma è una buona notizia, da soli possiamo tornare noi. Tornare umani.

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Babenco, il regista che denunciò la condizione dei bambini di strada

Babenco, il regista che denunciò la condizione dei bambini di strada

Articolo di Simona Maggiorelli

Il regista argentino  Hector Babenco, scomparso  il 14 luglio all’età di 70 anni, è riuscito a raccontare al cinema in maniera indiretta ma  incisiva e potente la feroce dittatura argentina, in cui  lo Stato e la Chiesa unirono le forze per stroncare una generazione di giovani di sinistra che sognavano e stavano costruendo un Paese moderno e progressista. La repressione violenta della fascia più giovane, democratica e vitale del Paese messa in atto da Videla  era rappresentata attraverso la vicenda di unragazzino  brasiliano (Paese dove Babenco  aveva scelto di vivere) che finisce in riformatorio e si trova a scontrarsi contro una gerarchia stupida, ottusa, che conosce solo il linguaggio della violenza. Il film si chiamava Pixote, la legge del più debole (1982). Lo scrittore argentino Marcelo Figueras ci raccontava un anno fa in una intervista che proprio quella sera in cui a andò a vedere quel film al cinema con la sua ragazza  cambiò qualcosa di profondo in lui, ci fu una presa di coscienza se possibile ancor più profonda della vicende del suo Paese, l’Argentina, e cominciò il suo impegno di scrittore che poi lo avrebbe portato a pubblicare Kamchatka ( L’Asino d’oro edizioni), un romanzo che ha il coraggio di raccontare l’immane dramma della dittatura con gli occhi di un bambino.

Nel film Pixote, Babenco riprendeva la lezione di Buñuel e il suo I figli della violenza nel raccontare la povertà e l’emarginazione di ragazzini brasiliani costretti a vivere in strada e ad arrangiarsi. Ma  c’è anche un rimando anche alla poesia de400 colpi di Truffaut nella figura dell’ attore bambino (Fernando Ramos  Silva)  che obbliga ad aprire gli occhi sulla pazzia di un sistema “di governo” che dopo aver gettato larghi strati della popolazione nella più assoluta indigenza, voleva distruggerne anche le menti. Anche tenendo conto degli orrori istituzionali raffigurati in Scum, nulla nel cinema  degli ultimi quarant’anni si avvicina alla inquietante rappresentazione del tentativo di distruzione di un ragazzo di 10 anni come in questo film di Babenco che colpisce dritto al cuore.  In quest’opera il piccolo protagonista riesce a fuggire dal riformatorio, ma poi, per cercare di sopravvivere, finisce in un giro di droga, spaccio, prostituzione e omicido, restando intrappolato nella della malavita brasiliana. L’argentino Babenco deninciava un sistema sociale che in Brasile produceva tredici milioni di bambini senza casa e costretti a vivere di espedienti ma, come accenavamo, per metofora, Pixoterappresentava  la condizione dell’Argentina tutta.

Poi sarebbe venuto un film molto noto anche in Italia come il Il bacio della donna ragno (1984), con Sonia Braga e William Hurt, che accettò un ruolo non facile che era stato proposto a Burt Lancaster ( il quale rifiutò per paura di  rovinarsi l’immagine dal momento). Il  film che vedeva protagonista un omosessuale finito  in carcere era tratto dall’omonimo romanzo dell’argentino Manuel Puig. Dopo quel film candidato all’Oscar nel 1986 , Babenco  ha realizzato Giocando nei campi del Signore, ambientato nella giungla amazzonica, Cuore illuminato, in concorso a Cannes nel 1998, Carandiru,sulla strage compiuta nell’omonimo carcere brasiliano, e, tra i film da segnalare, Il passato ispirato al libro  che  ha fatto conoscere lo scrittore argentino Alan Pauls al grande pubblico. ( Qui una sua intervista su left).Babenco raccontava di aver scoperto quel romazo (pubblicato in Italia da Feltrinelli) in una libreria dell’aeroporto di Ezeiza in Argentina e  di esserne rimasto folgorato: in anni in cui in cui  si faceva un gran parlare di amore libero, tematizzava una passione fortissima fra un uono e una donna e la difficoltà  poi di separarsi, senza distruggere la memoria di ciò che era stato. Permettendo l’uno all’atra di realizzarsi prendendo una nuova strada. Con questo film Babenco diceva di voler rileggere un genere latinoamericano per eccellenza come il melodramma, ripulendolo da ciò che è eccessivo,  ma conservandone la struttura essenziale, in cui  la gelosia, l’abbandono, la vendetta, fanno parte di un teatro molto  familiare. De Il Passato, Babenco diceva: ” E’ un film d’amore per le donne. Il suo tempo narrativo cinematografico è psicologico, nonostante la vicenda copra un periodo molto lungo, sembra invece concentrata in una sola settimana. E’ anche una storia un po’ thriller, nella quale lo spettatore non capisce a volte che cosa stia accadendo, in fondo c’è un po’ di Rosemary’s Baby. E anche un po’di Krzysztof Kieślowski. Mi chiedo anche se non ho realizzato un “Scene da una separazione”, vent’anni dopo Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman”.

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L’INFANZIA CANCELLATA DALLA CRISI

L’INFANZIA CANCELLATA DALLA CRISI

Articolo di Marina Cavalieri I poveri della porta accanto

Crescono, aumentano, vivono al Nord come a Sud, formano un esercito senza nome che pochi notano, di cui poco si sa. Sono i bambini poveri e l’unica cosa certa è che in due anni sono raddoppiati: su un totale di circa 10 milioni, erano 723mila nel 2011, sono saliti a 1 milione 434mila nel 2013. E dal 2012 al 2013 sono cresciuti di oltre il 30 per cento. Le cifre dell’ultima rilevazione Istat indicano quelli che si trovano in uno stato di “povertà assoluta”, ovvero che si trovano nella “incapacità di acquisire i beni e i servizi, necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza”, come mangiare carne o pesce tutti i giorni, possedere libri o giochi adatti alla sua età o avere uno spazio adeguato per fare i compiti. Ma ce ne sono molti altri, sono quelli che vivono parcheggiati in una zona grigia, impoveriti, a cui la crisi ha tolto molte cose che è difficile definire superflue: la possibilità di fare sport, di andare in vacanza, di fare una gita scolastica o frequentare un centro estivo, o peggio,  proseguire gli studi. Sono i poveri della porta accanto, svantaggiati, ma non in modo vistoso, a cui la famiglia continua a dare una vita apparentemente dignitosa ma che nasconde già molti vuoti, ragazzi a cui può bastare poco per passare il confine, la sottile linea rossa della povertà definitiva.

Sempre più piccoli e al Nord. Ma chi sono i bambini poveri? Sono i figli delle famiglie numerose che non arrivano a fine mese, i bambini degli immigrati senza lavoro e spesso senza casa, delle madri single che si arrangiano, dei genitori separati. O sono i figli delle coppie giovani, con lavori precari, famiglie dove l’arrivo di un bambino mette in crisi il bilancio familiare. Marco, Christian, Manuela, Camilla, Vlad… Le loro storie tutte diverse e tutte uguali: chi è finito in una casa famiglia dopo uno sfratto, chi lascia gli studi, chi sta tutto il giorno in casa davanti alla tv e mangia solo pizza e patatine. La maggior parte ha difficoltà a scuola, scarsa socializzazione, non va in vacanza o solo con le organizzazioni religiose. Tra i desideri che elencano c’è “andare allo stadio”, “poter fare tardi la sera”,  “un cellulare nuovo”, “una casa”. Microdesideri. “Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo”, scrive la poetessa Marge Piercy, ma per molti bambini sognare è un lusso, c’è solo da vivere il presente, il quotidiano, giorno per giorno.

“I bambini poveri sono più che raddoppiati e la povertà colpisce bambini sempre più piccoli. Al Nord questa è una grossa novità ed è la conseguenza dell’incremento della povertà assoluta delle famiglie straniere”, spiega Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell’Istat. “L’aumento della povertà infantile è la conseguenza di due fattori: della crescita della povertà assoluta al Sud e del peggioramento della situazione delle famiglie operaie e straniere al Nord, quelle che hanno più figli, nuclei familiari dove lavora solo l’uomo e in regioni dove si è fatta sentire di più la crisi delle fabbriche”. L’Italia è sempre stato un paese con un alto tasso di bambini poveri, per la presenza al Sud di molte famiglie numerose, ma ora l’impoverimento si è ulteriormente diffuso. “Si è aggravato perché sono peggiorate le condizioni per tutte quelle famiglie dove c’è una sola fonte di reddito. Ed è peggiorata anche la situazione al Nord  per le famiglie immigrate e quelle operaie che si sono ritrovate senza lavoro”. La mancanza di lavoro e la precarietà economica colpiscono gli adulti, ma si trascinano dietro i bambini. Con conseguenze ancora peggiori. Per molti minori negli ultimi anni è iniziata una vita in salita: le ultime rilevazioni Istat rivelano che quelli che non possono permettersi una settimana di vacanza all’anno lontano da casa erano il 40% nel 2007 sono saliti al 51,3% nel 2013. I bambini che non possono permettersi un pasto proteico una volta ogni due giorni erano 6,2% nel 2007, sono più che raddoppiati nel 2013: 14,4 %. Anche “Save the children” ha realizzato un dossier sui mille volti dell’infanzia deprivata, lo slittamento progressivo, le rinunce quotidiane.

Vecchie e nuove povertà. “Possiamo dire che prima c’era la famiglia povera, storie di disagio sociale che attraversano le generazioni e che non si risolvono mai”, spiega Lucia Anania della Caritas.  C’era ed esiste ancora la povertà tramandata come una malattia genetica, il disagio come un virus inguaribile che marchia le generazioni, un ergastolo economico che sancisce: fine pena mai. Ma non c’è solo la povertà economica assoluta che si tramanda di padre in figlio. “Ora ci sono tante forme di disagio e a pagare per primi sono loro, i più piccoli. Vediamo aumentare i problemi delle famiglie, si espandono le situazioni difficili perché negli ultimi dieci anni sono venuti a mancare  i supporti sociali e familiari, non ci sono più puntelli esterni. Per sostenere le situazioni di disagio cerchiamo di recuperare con una rete amicale e familiare ma la rete è a maglie sempre larghe ed è facile scivolare da questi buchi”. E in questi buchi, a volte voragini, finiscono i bambini, nell’impotenza delle famiglie e nell’ignavia generale. A Roma sud  ci sono intere famiglie con i figli che vivono in roulottes, sono perlopiù stranieri, da anni in attesa di una casa, un lavoro, una sistemazione. In un piazzale vicino a Laurentino 38 ci sono un paio di roulottes che stazionano davanti a un centro commerciale, i bambini la mattina vanno a scuola, poi tornano nella roulotte. Qui un bambino è stato anche picchiato da una guardia giurata, ma i genitori non hanno sporto denuncia per paura. Secondo dati forniti dall’Unicef, il 13,3% dei minori italiani vive in una condizione di deprivazione materiale, intesa come la mancanza di accesso ad alcuni beni ritenuti “normali” nelle società economicamente avanzate: almeno un pasto al giorno contenente carne o pesce, libri e giochi adatti all’età del bambino, un posto tranquillo con spazio e luce a sufficienza per fare i compiti. L’Italia in questa classifica è al  20° posto su 29 Paesi considerati. Islanda, Svezia e Norvegia, per esempio, presentano percentuali di deprivazione inferiori al 2%. La paura di perdere i figli. “Il problema è che l’impoverimento aumenta e diminuiscono le risorse, non ci sono più gli aiuti che c’erano qualche anno fa, Comuni e Regioni non ce la fanno. La situazione sta degenerando e poi molte mamme in difficoltà vedono i servizi non come un aiuto ma come una minaccia: hanno paura che possano togliere loro i figli e quindi evitano anche di rivolgersi ai servizi sociali”, racconta Cristina Manzara che dirige “La casa di Christian”, un centro della Caritas a Roma che accoglie madri con bambini in difficoltà. “Da noi si rivolgono i servizi sociali per chiederci di ospitare madri sfrattate o che hanno  perso il lavoro o abbandonate dal marito, in un anno sono state 280 le richieste, in due/tre anni sono raddoppiate”.

Capita così che bambini per uno sfratto perdano la propria casa, finiscano in strutture di accoglienza e da qui a volte inizia una caduta inarrestabile. “Succede poi che la povertà finisca con il confinare con la criminalità, ragazzi che non avrebbero mai commesso reati finiscono male, perché smettono di studiare, frequentano la strada e da lì inizia una discesa”. Tra i bambini che vivono in famiglie con un solo genitore il tasso di deprivazione materiale è del 17,6%, mentre tra i bambini che vivono in famiglie con genitori con un basso livello di istruzione il tasso è del 27,9%, cresce al 34,3% per i bambini che vivono in famiglie senza lavoro mentre per chi è figlio di migranti il tasso è del 23,7% (dati dell’Unicef). Crisi economica e crisi della famiglia. Problemi economici e di disagio che si potrebbero attutire se ci fosse una rete che impedisce di cadere o di non farsi male. Ma la rete non c’è più: sono diminuiti i servizi sociali e di assistenza per i tagli statali, dei Comuni, degli enti locali. In alcuni comuni è capitato che bambini fossero respinti dalle mense scolastiche perché i genitori non pagavano regolarmente. Se nel 2008 i fondi nazionali per il contrasto della povertà erano 2 miliardi e mezzo di euro, nel 2013 gli stanziamenti sono arrivati a 766 milioni di euro. Sono aumentati col governo Letta risalendo a 964 milioni, ma complessivamente c’è un miliardo 536 milioni di euro in meno dall’inizio della crisi. Mentre i sostegni economici calano anche le famiglie si assottigliano, i legami si fanno più fragili, i padri più assenti.  “Avere figli aumenta il rischio povertà, questo è un legame certo, a livello europeo l’Italia è il paese dove la sproporzione è più forte perché non ci sono correttivi, né servizi né sgravi fiscali. Secondo dati Eurostat, in Italia questa forbice è accentuata come nei pesi dell’Europa orientale, una situazione peggiorata negli ultimi tempi per la rottura di reti familiari e di sostegno”, dice Evelina Martelli della Comunità di Sant’ Egidio.

“Oggi, a differenza di una volta, le famiglie hanno meno reti, meno supporti”, dice Paola Pistelli dell’Istituto degli Innocenti di Firenze. “C’è più solitudine, più incapacità ad affrontare le relazioni. Noi abbiamo un centro dove ospitiamo donne sole con figli, donne che hanno ricevuto uno sfratto, perso il lavoro, problemi che accadono ma che diventano insormontabili se agli ostacoli materiali si aggiungono quelli interni. Oggi vediamo donne più perse, con più fragilità. Ci sono poi le  immigrate: loro sono diverse, sono più forti e consapevoli, sono donne che hanno affrontato un viaggio difficile ma anche per loro non è facile perché spesso si ritrovano con i figli, ma senza un compagno e senza un lavoro. Oggi oltre alla povertà materiale ad aggravare la situazione c’è una povertà di relazioni che riguarda sia le immigrate che le italiane. Le madri vanno a fondo e si portano dietro i figli”.

“Sui minori effetti a lungo termine”

PADOVA – “La povertà che colpisce i minori ha effetti di lungo termine e comporta un maggiore rischio di povertà ed esclusione sociale per gli adulti di domani. Già a 3 anni è rilevabile uno svantaggio nello sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo dei bambini provenienti da famiglie più disagiate e in assenza di interventi adeguati entro i 5 anni il divario aumenta ulteriormente. Eppure in Italia la lotta alla povertà infantile è ancora inefficace”. Lo dice Tiziano Vecchiato, presidente della Fondazione Zancan, che nel giugno scorso ha organizzato a Padova un convegno su “L’impatto della povertà e del maltrattamento nel futuro dei bambini”. L’incontro è stato realizzato in collaborazione con l’International Association for Outcome-based Evaluation and Research on family and children’s service, richiamando a Padova esperti provenienti da Europa, Nord America, Medio Oriente, Australia, Cina. I minori in povertà assoluta sono raddoppiati negli ultimi tre anni. “Sì, ma se proiettiamo questi dati nel confronto europeo siamo ancora più perdenti. In particolare, dai dati Eurostat, emerge che nel 2012 tra i bambini fino a 6 anni quasi uno su tre (31,9%) era a rischio di povertà o esclusione sociale in Italia, contro poco meno del 26% a livello medio europeo”. Voi criticate l’attuale welfare, poco efficace. “Le risorse a favore di famiglie con bambini e minori nel 2010 rappresentavano il 4,6% della spesa complessiva di protezione sociale in Italia, contro l’8% della media europea, secondo le cifre fornite da Eurostat. Una spesa insufficiente e impegnata soprattutto per trasferimenti economici, nonostante sia stata dimostrata l’inefficacia di queste soluzioni. In Italia, infatti, il rischio di povertà per i minori dopo i trasferimenti sociali nel 2011 era ancora sensibilmente superiore alla media Ue: 26,3%. I trasferimenti economici non riducono il rischio di povertà. I confronti europei dimostrano che la disponibilità di servizi per la prima infanzia contribuisce notevolmente a ridurre la povertà dei bambini, molto più degli aiuti economici”. In Italia sono pochi i bambini che hanno accesso ai servizi comunali. “Solo il 13,5% dei minori di 0-2 anni nel 2011/2012 aveva accesso a servizi socioeducativi comunali, l’11,8% considerando i soli asili nido. Dati che nascondono una marcata differenza territoriale: a fine 2011 il tasso variava tra l’1,9% della Campania e il 24,4% dell’Emilia-Romagna”. In pratica quali sono le vostre proposte per combattere la povertà infantile? “Una delle proposte della Fondazione Zancan è, ad esempio, di trasformare una parte degli assegni familiari, che valgono 6,5 miliardi, in servizi per la prima infanzia. Trasformando 1,5 miliardi di assegni familiari in asili nido, ad esempio, il numero di bambini presi in carico potrebbe aumentare di 201mila unità, con un incremento del numero di addetti pari a  42mila nuovi occupati. Il risultato non è soltanto occupazionale se si considera ad esempio l’efficacia misurata in termini di riduzione della povertà e della disuguaglianza. Bisogna pensare a politiche di welfare in termini di investimento, di cui si misura la redditività, gli aiuti devono concorrere ad un risultato sociale non solo personale. La nostra proposta prefigura scenari di welfare alternativi a quello che conosciamo, recessivo e degenerativo. La nostra è una proposta ‘a risorse invariate’, quindi possibile anche in tempi di crisi”.

Quando l’indigenza cancella persino i colori

ROMA- “Dove faccio doposcuola ci sono bambini italiani che vengono da situazioni di deprivazione tale che non sanno distinguere i colori. È come se con un’infanzia difficile non avessero avuto modo di osservare i colori, e non sanno rispondere quando gli chiedi se il cielo è blu o verde”. Evelina Martelli, trentenne, sposata con un figlio, due volte la settimana lascia tutto e attraversa la città per andare a fare il doposcuola in un centro della comunità di Sant’Egidio. Va dai bambini del Laurentino 38, alla periferia di Roma. Il quartiere fu costruito negli anni 70, dovevano essere edifici destinati a chi una casa non l’aveva, pensati per suscitare speranze, soddisfare bisogni, ma, in poco tempo, i palazzi  mal costruiti cominciarono a perdere pezzi, la muffa si diffuse insieme alla droga, il degrado s’insinuò tra le crepe dei muri e il fallimento fu accettato da quelli che si erano trasferiti lì come una fatalità, come un destino che ti bracca, ti insegue. Oggi, tra gli alti palazzi circondati dal verde, l’atmosfera non è tetra, c’è piuttosto un clima straniante, di perdita, d’isolamento. Chi sono i bambini a cui fa doposcuola? “C’è un po’ di tutto, vecchie e nuove povertà, ci sono bambini impoveriti per la separazione dei genitori, che devono rinunciare ai pochi svaghi o attività che avevano, c’è la povertà dei bambini delle madri single che non possono garantire ai loro figli nient’altro che da mangiare. C’è la povertà più estrema, ereditata, che si tramanda da padre in figlio senza soluzione e ci sono bambini che hanno conosciuto solo la precarietà, l’affollamento delle case occupate. Poi ci sono gli ultimi tra gli ultimi, i bambini rom, per loro nessun diritto è garantito, ho avuto difficoltà ad iscrivere bambini a scuola perché non li volevano, questi ragazzi non riescono neanche a sognare di essere come gli altri, sono esclusi e si autoescludono ancor prima di essere messi da parte”. I bambini di cui vi occupate quali difficoltà hanno oltre quelle economiche? “Soffrono l’isolamento sociale, la mancanza di prospettive, e poi tante difficoltà pratiche, per utilizzare i servizi a cui avrebbero diritto bisogna essere abili, ma  fare tutte le pratiche richieste non è facile, c’è chi ha diritto ma le madri non sanno districarsi tra la burocrazia e noi le assistiamo anche per riempire i moduli”. Ma a livello emotivo qual è la cosa che manca di più a questi  bambini? “Sono bambini molto soli, anche quando vivono in case affollate, stanno molto a casa, davanti alla televisione, manca lo stare insieme agli altri, la compagnia, non hanno luoghi di aggregazione, non fanno attività sportive, non frequentano associazioni, c’è una solitudine nel quotidiano molto forte. Quando li portiamo in vacanza stare insieme agli altri è già una festa. Poi a loro manca molto anche viaggiare, raccontano che vorrebbero spostarsi, vedere cose diverse da quelle che vivono tuti i giorni, hanno molte curiosità”. Poi ci sono anche tanti minori che vivono per strada. “Sì, succede a Roma e questo forse pochi lo sanno. La vita dei bambini che vivono per strada non è solo difficile ma anche molto pericolosa, rischiano violenze, malattie, incidenti”.

Il loro futuro devastato dai tagli di oggi

GENOVA –  Paola Cermelli ha una lunghissima esperienza come assistente sociale, è stata direttore dei servizi sociali del Comune di Genova, è presidente dell’Ordine degli assistenti sociali in Liguria, si occupa anche della formazione universitaria ma non ha mai abbandonato la sua vita in prima linea e ancora oggi, dopo tanti anni di lavoro, fa volontariato in un’associazione che si occupa di minori. Gli assistenti sociali hanno denunciato spesso i tagli ai servizi sociali fatti negli ultimi anni. “Sono stati continuamente ridotti i sostegni economici, dal 2003 a oggi sono diminuiti dell’80% i soldi destinati al fondo per l’infanzia e l’adolescenza, parlo di un fondo specifico che era stato istituito nel 1997, per una serie di anni hanno prorogato i fondi per le grandi città, poi via via è stato ridotto e in sostanza è sparito. Ma sono stati tagliati anche i fondi della legge 328 del 2000 (legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali ndr) e quelli per i nidi, sono fondi che andavano ad incidere direttamente e tagliarli significa non valutare le conseguenze”. Quali sono? “Quello che non si capisce è che i fondi tagliati oggi avranno ripercussioni sul futuro in modo devastante: sulla salute, sulla devianza, sullo studio e la società pagherà domani un prezzo molto più alto di quello che non è stata disposta a pagare oggi”. Quali sono i bambini che stanno peggio? “Sicuramente i figli di immigrati, con aspetti specifici come le gravidanze di tante minorenni straniere, soprattutto del Sud America. Ci sono anche i problemi degli italiani: la perdita del lavoro è un fattore scatenante nelle famiglie dove c’è un solo reddito, ma oltre a creare un peggioramento delle condizioni economiche crea una situazione di emarginazione, di diversità, che i bambini, gli adolescenti, soffrono molto”. In che modo? “I ragazzi sono vissuti immersi in una cultura consumistica, soffrono il fatto di non poter avere determinati oggetti che costituiscono status symbol, di non poter avere quello che hanno tutti gli altri, ecco allora che si formano bande che vanno a rubare o anche il fenomeno delle baby prostitute”. Sono comportamenti diffusi? “Più di quanto non si creda. I ragazzi hanno rapporti sempre più precoci e spesso senza nessuna educazione sessuale e alla vita di coppia, vivono un abbandono educativo, anche questo è un aspetto della povertà”.

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Storie di vita dal campo di Zaatari

Articolo di Giulia de Robert

Un reportage all’interno del campo profughi giordano a 10 chilometri dal confine con la Siria e due ore di macchina da Amman che ospita 80 mila persone fuggite dalla guerra

Il sole é accecante e il caldo torrido. Il terreno arido rende questo posto duro e inospitale. Difficile credere che questo luogo possa ospitare migliaia e migliaia di profughi siriani fuggiti dalla guerra in Siria.

20160607 140544l’ingresso del campo
Mi trovo al campo profughi di Zaatari in Giordania a 10 chilometri dal confine con la Siria e due ore di macchina da Amman. Dal 2011 la guerra civile in Siria ha causato oltre 4 milioni di profughi, fuggiti verso i paesi limitrofi come Turchia, Libano e Giordania oppure verso l’Europa, nel disperato tentativo di raggiungere protezione e sicurezza. La Giordania ospita 655 mila rifugiati siriani. Di questi, 80 mila sono ospitati a Zaatari, il campo profughi piú grande al mondo dopo quello di Dadaab in Kenya.All’arrivo al campo base dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR) mi attendono i colleghi. Oggi sono qui non in veste Onu ma per una visita del campo e per ascoltare alcune storie dei profughi.
I colleghi mi raccontano che quando il campo aprí nel 2013, l’idea era quella di un campo temporaneo. Nessuno avrebbe pensato che la guerra in Siria sarebbe durata cosi a lungo e la crisi cronicizzata. Da quello che era un campo con poche centinaia di famiglie é poi diventato una vera e propria cittá. Qui si trovano scuole, negozi, ospedali. Tutto rigorosamente sotto tetti di lamiera perché in questo campo palazzi in muratura non possono essere costruiti, né tanto meno strade asfaltate. Questo perché il campo é nato come temporaneo e tale deve rimanere. Si apre cosi davanti a me una distesa di lamiera dove i profughi – la maggior parte di cui provenienti dal ceto medio-basso della Siria- lavorano, crescono, vivono e invecchiano.Le principali agenzie umanitarie Onu sono presenti sul territorio e insieme a loro molte Organizzazioni Non Governative che con il loro lavoro e la loro dedizione cercano di aiutare come possono la vita di queste migliaia di profughi.La strada principale del campo, chiamata affettuosamente “Champs Elysées” (nella foto di copertina), brulica di negozi. I colleghi dell’UNHCR mi raccontano che il commercio nel campo si é sviluppato in breve tempo. Si trova di tutto qui, addirittura negozi che vendono abiti da sposa. Infatti qui i matrimoni, mi dicono, sono all’ordine del giorno. Nonostante la guerra, la vita va avanti e i profughi cercano comunque di continuare a vivere una vita pressocché normale anche se di normale ha ben poco. Ogni giorno nel campo si celebra almeno un matrimonio e sono molti i bambini che nascono e crescono qui.La visita del campo prosegue. Vedo moltissimi bambini in giro e chiedo come mai a quest’ora del giorno non siano a scuola. I colleghi UNHCR mi dicono che purtroppo molti bambini non vanno a scuola nonostante ci siano ben 12 scuole nel campo. Alcuni genitori, infatti, preferiscono che i loro figli vadano a lavorare per guadagnare qualcosa in piu. La maggior agenzia dell’Onu che si occupa dei bambini e dei loro diritti, l’UNICEF, lavora per combattere questo trend ma mi dicono anche che é difficile costringere le famiglie a mandare i loro figli a scuola.
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la recinzione
Mentre camminiamo sugli Champs Elysées i profughi ci chiamano per scattare foto con noi. Sono poche le persone che dall’esterno hanno il permesso di entrare a Za’atri, quindi nei loro visi c’é tutto lo stupore e l’entusiasmo di essere loro ospiti. Mi colpisce il fatto che dopo la sofferenza della guerra e l’abbandono della loro terra, abbiano ancora la forza di sorridere. Per loro essere stati accolti in questo campo é gia una vittoria. E nonostante si trovi nel bel mezzo di una distesa arida e polverosa, questo campo é per loro fonte di sicurezza.Ci spostiamo verso una scuola che offre corsi di arte e pittura a bambini e adulti. Li incontriamo Mohamed, Ibrahim, Yasser e Ahmed, quattro artisti che hanno tradotto in opere d’arte il loro senso di appartenenza alla Siria.
Le pareti della scuola sono tappezzate di dipinti e miniature raffiguranti la ricchezza culturale siriana, tra cui Palmyra. Mi guardo intorno e inizio a vedere peró anche dipinti che racchiudono in sé tutta la sofferenza della guerra.Sono dipinti da adulti ma anche da bambini. Bandiere della Siria, bombe che piovono da cielo e tende dell’UNHCR sono raffigurati nei dipinti dei bambini. Tra quelli degli adulti, invece, ce n’é uno che mi colpisce : é quello che raffigura il piccolo Aylan di tre anni, trovato morto sulla spiaggia vicino a Bodrum in Turchia dopo il naufragio della sua barca che trasportava lui e la sua famiglia sulla costa turca. Dopo quella foto, l’Europa decise finalmente di reagire, la Germania prima tra tutti con la sua decisione di accogliere un milione di profughi siriani nel suo territorio.«Le nostre sculture vogliono essere un modo per trasmettere alle nuove generazioni la bellezza culturale della Siria perché loro non hanno avuto il tempo di vederla» mi spiegano gli artisti. C’é chi come Mohamed ha realizzato Palmyra in miniatura, andata distrutta dall’Isis. O chi, in senso di gratitudine verso la Giordania che li ha accolti, ha riprodotto in ceramica la facciata del Tesoro di Petra.Ci sono anche storie di successo. Ibrahim ha dipinto una serie di quadri raffiguranti la Siria che sono stati venduti negli Stati Uniti. Yasser, invece con la sua camicia e berretto bianco, ci racconta che é arrivato qui nel 2013 e che prima di fuggire, in Siria era costretto a fare il contadino nonostante la sua laurea in ingegneria per via della sua adesione all’opposizione governativa. Yasser ha riprodotto il castello della sua cittá natale, Aleppo, andata quasi interamente distrutta. É orgoglioso di mostrarci la sua opera e la sua città.Quando chiedo a Ibrahim se pensa di rimanere nel campo oppure di andare in Europa, mi risponde che quello che vuole veramente é tornare a casa sua in Siria. Di fronte alle loro risposte, ogni pensiero e ogni parola diventa banale.Questa folle guerra ha spezzato le vite di migliaia e migliaia di siriani, cancellando un’intera generazione di giovani, privandoli dei loro sogni. I ragazzi di Za’atri non sanno quando potranno tornare nella loro amata Siria. Quello che si sà, qui a Za’atri, é che fino ad allora la vita andrá avanti com’è andata finora e che qui, qualcuno, per loro ci sará sempre per aiutarli a continuare a credere nei loro sogni.

I campi profughi sono una risposta inadeguata a una crisi complessa

I campi profughi sono una risposta inadeguata a una crisi complessa

Articolo di Marilena Hatoupis,Sonia Ben Ali,

  In occasione del Vertice umanitario mondiale dell’Onu, a maggio in Turchia, il vicepresidente keniano William Ruto ha dichiarato che è ormai definitiva la decisione di chiudere Dadaab e Kakuma, i due campi profughi più grandi del paese. E questo nonostante le chiusure siano una violazione del diritto internazionale e le Nazioni Unite abbiano avvertito delle “devastanti conseguenze” che ne deriveranno. Più di 600mila persone residenti saranno sfollate e si troveranno in una situazione di rischio immediato. La chiusura forzata tradisce inoltre i più elementari diritti dei rifugiati e non farà altro che inaugurare una serie di violazioni dei diritti umani, dal momento che facendo ritorno nel loro paese natale i profughi dovranno affrontare conseguenze molto pesanti. La decisione del Kenya ha dei precedenti. Nel 2012 il governo della Tanzania aveva chiuso il campo profughi di Mtabila, costringendo i suoi 35mila abitanti burundesi a trovarsi una nuova sistemazione in Burundi, il paese in cui dilagava un conflitto violento dal quale erano fuggiti. Da allora le violenze in Burundi hanno costretto più 250mila abitanti del paese a cercare rifugio nei paesi vicini, e 137mila sono tornati in Tanzania. Soluzione definitiva E tuttavia la situazione del Kenya è il sintomo di un problema più ampio e sostanziale. Il nodo cruciale è che i campi rappresentano la base della strategia di risposta alle crisi di profughi messa in atto dalla comunità internazionale. Sono diventati il collettore della maggioranza degli aiuti umanitari. I campi sono diventati l’inizio, e in molti casi lo scopo, dell’intervento internazionale nelle crisi di profughi sempre più numerose.

Oggi più della metà della popolazione di profughi al mondo – circa il 60 per cento – risiede in aree urbane e non nei campi.

I campi, come suggerisce il nome, dovrebbero essere delle soluzioni temporanee. Eppure le cose raramente stanno così: Dadaab e Kakuma per esempio hanno già 25 anni. Dadaab è stato costruito nel 1992 per fornire un rifugio temporaneo a 90mila profughi in fuga dalla violenta guerra civile in Somalia. Oggi è il campo profughi più grande del mondo, nonché la terza “città” del Kenya per dimensioni. La vicenda del Kenya sottolinea la necessità urgente di trovare alternative sostenibili ai campi e soluzioni sostenibili per i milioni di profughi urbani che li hanno lasciati o hanno scelto di evitarli. Oggi più della metà della popolazione di profughi al mondo – circa il 60 per cento – risiede in aree urbane e non nei campi. E una schiacciante maggioranza, l’86 per cento, si trova nei paesi più poveri. In queste aree urbane, organizzazioni non governative di tutto il mondo mostrano la possibilità di creare alternative ai campi profughi. Con i loro programmi cercano di offrire ai profughi la possibilità di conquistare l’indipendenza dagli aiuti internazionali, trovare un modo per vivere dignitosamente e mezzi di sostentamento di lungo periodo che al tempo stesso hanno ricadute positive sulle comunità che li ospitano. Un programma in Kenya, per esempio, fornisce un riparo e un sostegno a donne e bambini, che compongono più della metà della popolazione mondiale di profughi e sono esposti a gravi rischi di violenza sessuale e di genere. La casa famiglia garantisce la sicurezza 24 ore al giorno e fornisce importanti servizi di orientamento, assistenza legale e sanitaria e una comunità accogliente nei confronti delle ospiti. Il programma inoltre facilita le strategie di uscita positive per le donne, mettendole in collegamento con sistemazioni di lungo periodo un supporto sostenibile all’interno della comunità locale.

In molti casi sono i profughi stessi a guidare le iniziative di solidarietà nei paesi di accoglienza. Ma hanno poche risorse e nessun sostegno internazionale

In un altro programma a Irbid, in Giordania, sono state aperte delle abitazioni per accogliere i profughi siriani. A Irbid quello della casa è un problema di vecchia data. I programmi basati sull’affitto in cambio di soldi offrono soluzioni temporanee ma fanno schizzare alle stelle gli affitti nel mercato locale degli alloggi e rendono la vita più difficile agli abitanti del posto e ai profughi. Il programma di Irbid è sostenuto dal Consiglio norvegese per i profughi (Nrc) e offre ai proprietari locali fondi per completare la costruzione di edifici a più piani, creando abitazioni per i profughi e al tempo stesso stimolando l’economia locale. Fino a oggi sono state create 3.800 unità immobiliari per più di 8.700 profughi, e mentre altri ottomila sono in lista d’attesa l’Nrc può estendere le attività in altre aree urbane su tutto il territorio della Giordania.

Oltre a questo tipo di programmi messi in campo dalle ong, tante organizzazioni comunitarie forniscono un supporto vitale. Rappresentano spesso l’unica fonte di sostegno per i profughi urbani che in molti casi sono alla guida delle iniziative.

Fare promesse realistiche e mantenerle

Un esempio è l’organizzazione Young african refugees for integral development (Yarid), che dal 2008 è attiva nella comunità di profughi di Kampala, in Uganda. I fondatori di Yarid, profughi sfuggiti alle violenze nella Repubblica democratica del Congo e stabiliti in Uganda, hanno dato vita alla loro organizzazione dopo aver osservato le difficoltà affrontate dagli altri profughi come loro. Oggi Yarid rappresenta una comunità vitale che affronta questioni sociali come la disoccupazione, la salute pubblica e i conflitti etnici e fornisce servizi educativi fondamentali ai profughi urbani dell’Africa centrale. Tuttavia, a causa della scarsità di risorse e dell’assenza di un sostegno internazionale queste organizzazioni faticano a sopravvivere.

Oggi, una persona su 122 è costretta a vivere lontano dalla sua casa. La crisi è reale e la situazione in Kenya non è che un esempio di quanto sia ormai precaria la nostra dipendenza globale dal sistema dei campi. Se vogliamo che le alternative funzionino, dobbiamo investire in quello che funziona.

I campi profughi non stanno funzionando, al contrario di tanti programmi in tutto il mondo. È giunto il momento che la comunità internazionale dimostri il suo impegno a risolvere la crisi globale dei profughi investendo in soluzioni che mantengono promesse realistiche.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa) Link Source

Rifugiati: #nessunbambinosolo parola d’ordine nei Villaggi Sos

Rifugiati: #nessunbambinosolo parola d’ordine nei Villaggi Sos

Sono quasi 60milioni le persone nel mondo che hanno abbandonato le loro case a causa di conflitti, disordini o catastrofi. Più della metà ha meno di 18 anni. Nei primi quattro mesi di quest’anno, oltre 180mila persone sono arrivate in Europa via mare. L’85% sono sbarcate sulle coste greche. Oltre 95mila minorenni non accompagnati o separati dalla loro famiglia hanno cercato asilo in Europa nel 2015. Più di 1.255.000 di nuove domande di asilo sono state depositate nel 2015 (il doppio del 2014) e la maggior parte dei richiedenti provengono da Siria, Afghanistan e Iraq

«La cura e la protezione dei milioni di sfollati e dei bambini rifugiati devono essere la priorità» afferma Carsten Völz del team emergenza di Sos Villaggi dei Bambini Internazionale. «Quasi tutti i Paesi hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, che obbliga i governi a prendersi cura dei bambini fornendo un ambiente sicuro e opportunità di istruzione. Eppure, troppi sono ancora i Governi che hanno risposto all’emergenza erigendo mura e barriere. I bambini rifugiati che hanno subito il trauma della guerra e della separazione dalle loro famiglia non dovrebbero mai più affrontare incertezza e rischio di sfruttamento. Aiutare chi ha bisogno e creare una società più accogliente, soprattutto per i bambini vulnerabili e per le loro famiglie, non deve iniziare e terminare con la Giornata Mondiale del Rifugiato. L’impegno deve essere continuo».

Sos Villaggi dei Bambini, nel 2015, ha fornito aiuto ai rifugiati, alle famiglie e ai minorenni non accompagnati in almeno 14 paesi dal 2015. Più di 1.000 sono stati i bambini e ragazzi protetti e curati nei Centri Sos. 4 Squadre di emergenza hanno fornito aiuto a migliaia di profughi. «La situazione globale è complessa. Non è una crisi a breve termine. La maggior parte dei rifugiati fuggono da conflitti» osserva Alia Al Dalli, Direttore Internazionale Sos Medio Oriente e Nord Africa. «I governi devono aumentare gli sforzi per trovare soluzioni a lungo termine nei paesi di origine. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile, recentemente adottati, sono il modello per un mondo in cui nessuno debba abbandonare la loro casa, per qualsiasi ragione».

Secondo Unhcr, nel 2015, sono sbarcati sulle coste italiane circa 12.360 minorenni stranieri non accompagnati (pari all’8% del totale degli arrivi) e negli ultimi anni il numero di bambini e giovani migranti che hanno affrontato il viaggio con i genitori o da soli è in continuo aumento. «Garantire l’accoglienza e favorire l’integrazione sociale dei Minorenni Stranieri Non Accompagnati e dei giovani Richiedenti Asilo in Italia è la nostra priorità» afferma Samantha Tedesco, responsabile Advocacy e Area Programmi. «Sono 50 coloro che in questo momento sono accolti e sostenuti nei nostri Villaggi. Promuoviamo, progettiamo e realizziamo interventi centrati sull’accoglienza, l’orientamento, l’accompagnamento e il supporto a percorsi di inclusione sociale e lavorativa. Inseriamo i ragazzi in un progetto di alfabetizzazione e apprendimento della lingua italiana, garantiamo sostegno psicologico e un’attività di integrazione sociale e accompagnamento all’inserimento lavorativo. Per noi Nessun bambino nasce per crescere da solo».

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