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La nuotatrice siriana sopravvissuta ad un naufragio che andrà alle Olimpiadi di Rio

La nuotatrice siriana sopravvissuta ad un naufragio che andrà alle Olimpiadi di Rio

Prima che la guerra in Siria diventasse una presenza costante nella vita di milioni di siriani, Yusra e Sarah Mardini, due sorelle siriane di Damasco, non avrebbero mai potuto immaginare che il nuoto, lo sport che praticavano fin da bambine, avrebbe un giorno salvato le loro vite e quelle di altre persone. Nel loro paese natale Yusra e Sarah erano considerate atlete brillanti con un futuro nel mondo del nuoto. La guerra era ancora troppo lontana dalle loro esistenze, e le giornate passavano tra la scuola e la piscina, dove Yusra si allenava supportata dal Comitato olimpico siriano a Damasco. Nella primavera del 2011 la loro vita cambiò radicalmente, interrompendo per sempre la carriera sportiva delle due sorelle e costringendole a fuggire lontano dal loro paese. Una decisione presa nell’estate del 2015 con l’intensificarsi dei combattimenti e delle violenze. Fu allora che Yusra e Sarah decisero di lasciare la loro casa di Damasco e viaggiare senza meta, alla ricerca di un luogo più sicuro. La prima tappa del loro lungo viaggio fu Beirut, in Libano, poi Istanbul e infine Smirne, in Turchia. Qui le due sorelle maturarono l’idea di tentare la traversata del Mar Egeo a bordo di un gommone, mettendo a rischio la loro vita. La meta finale di quel viaggio lungo e pieno di insidie era l’isola greca di Lesbo. Il giorno della partenza arrivò. Le due ragazze insieme ad altre diciotto persone salirono a bordo di un’imbarcazione ma, a una manciata di chilometri dalla costa greca, il motore del gommone entrò in avaria con il rischio di capovolgersi. In quel preciso momento Yusra, Sarah e un’altra donna si gettarono in acqua e con la sola forza delle braccia sfidarono il mare aperto, spingendo e tirando l’imbarcazione fino a raggiungere la riva. Le due sorelle erano le uniche a bordo capaci di nuotare.

“Ho pensato che sarebbe stato un vero peccato annegare in mare, ed essendo io una nuotatrice ho messo a disposizione le mie capacità per salvare le altre persone a bordo”, ha raccontato Yusra in diverse interviste, confessando di aver cominciato a odiare il mare aperto da allora.

Dalla Siria in guerra alle Olimpiadi in Brasile

Nel settembre del 2015, le sorelle Mardini sono arrivate a Berlino. Qui, grazie all’aiuto di un interprete egiziano che le ha seguite fin dal loro arrivo in Germania, Yusra è entrata in contatto con il Wasserfreunde Spandau 04, uno dei club sportivi più antichi della città. Dopo settimane di prova, la giovane nuotatrice è stata scelta dal suo allenatore tedesco Sven Spannekrebs per entrare a far parte della squadra. Negli ultimi mesi, Yusra ha fatto degli importanti progressi, a tal punto da ipotizzare una sua futura partecipazione anche alle Olimpiadi di Tokyo del 2020.

“Tutto è successo così velocemente, rispetto a ciò che ci saremmo aspettati da una giovane atleta promettente”, ha spiegato ancora il suo allenatore. Infatti, di recente, Yusra è stata scelta per partecipare alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, in Brasile, in programma a partire dal prossimo 5 agosto.

Dotata di talento sportivo, la giovane siriana farà parte del team di 43 atleti che rappresenteranno la squadra di rifugiati selezionata per le Olimpiadi e che sfilerà allo stadio Maracanã per la cerimonia di apertura. Tutti gli atleti hanno un’età compresa fra i 17 e i 30 anni e più della metà sono stati scelti presso il vasto campo profughi di Kakuma, nel nordovest del Kenya, a circa 90 chilometri dal confine con il Sud Sudan devastato dalla guerra. Yusra gode attualmente dei benefici concessi dal sistema scolastico tedesco per tutti coloro che si distinguono per meriti sportivi, avendo così la possibilità di allenarsi due volte al giorno in una piscina olimpionica. Il suo programma prevede la sveglia alle sette del mattino, un allenamento intensivo della durata di due o tre ore, le lezioni in classe e nel pomeriggio altri esercizi in vasca. Ma il suo paese d’origine non ha dimenticato la giovane atleta. Il Comitato olimpico nazionale siriano, dapprima concorde nell’inserimento di Yusra come atleta del team dei rifugiati, ha di fatto tentato di convincere la giovane atleta a competere per la squadra e le bandiera nazionale siriana, precisando come i funzionari sportivi stessero monitorando la nuotatrice sui suoi regolari progressi.

“Certamente la mia terra mi manca, ma non escludo che la mia vita futura possa essere qui in Germania. Quando sarò vecchia tornerò in Siria e insegnerò alla gente la mia esperienza”.

E, a chi le ha domandato come stesse vivendo la sua qualificazione alle Olimpiadi, Yusra ha risposto: “Voglio gareggiare nella squadra dei rifugiati per dimostrare che, anche se tutti noi abbiamo dovuto affrontare un cammino difficile, siamo comunque in grado di raggiungere ogni cosa”.

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KANDAPARA: Il bordello Bengalese delle prostitute bambine

KANDAPARA: Il bordello Bengalese delle prostitute bambine

Articolo di Donatella Trunfio

Molte donne sono nate proprio lì dentro, nel bordello Kandapara nel distretto di Tangail in Bangladesh, uno dei pochi paesi musulmani dove la prostituzione è legale. Una fabbrica del sesso che “impiega” più di 700 donne, la più antica del paese. Da oltre 200 anni qui, si prostituiscono ragazze giovanissime che vengono sfruttate già al compimento del 12esimo anno d’età.

Guadagnano meno di 10 euro a cliente, ogni giorno i loro corpi sono sfiorati da 15/20 uomini. A 17 anni hanno già il viso segnato e lo sguardo assente, fanno uso di steroidi (utilizzati normalmente per ingrassare le mucche) per sembrare più sane e vivono in condizioni di estrema povertà.

Nel 2014, il bordello Kandapara era stato demolito, ma con l’aiuto delle ong locali è stato rimesso in piedi. In Bangladesh prostituirsi è un lavoro come un altro e la maggior parte degli uomini è convinta che le donne non vogliano fare qualcosa di diverso.

Paradossalmente anche la Bangladesh National Women Lawyers Association, quando il bordello era stato chiuso, era intervenuta non per difendere la dignità di queste donne, ma per sostenere che licenziare le lavoratrici è un atto illegale. L’Alta corte aveva accettato la richiesta di far riaprire la casa di tolleranza tra bancarelle, negozi di tè e centinaia di venditori ambulanti.

A Kandapara tutti sanno che ci sono delle regole da seguire e le gerarchie del potere sono diverse da quelle della vita fuori da queste mura. Le ragazze hanno di solito 12 o 14 anni, sono spesso vendute dalle proprie famiglie poverissime e diventano di proprietà della madama.

Non esistono diritti, solo doveri. La maggior parte, all’inizio, si prostituisce per pagare i debiti, nel giro di due anni però entra in un giro senza via d’uscita. Perché in teoria, una volta restituito tutto il denaro, queste donne sono libere di andarsene ma preferiscono restare. La società le rifiuta, sono stigmatizzate, tagliate fuori, trovare un altro lavoro è impossibile e loro devono continuare in qualche modo a mantenere economicamente le loro famiglie.

Alcune entrano a Kandapara per fuggire al controllo del marito, altre, pur essendo sposate, hanno bisogno di denaro e qui trovano un folto numero di uomini pronto a pagare per il sesso. Ma ci sono anche le eccezioni. Chi, per esempio, vuole bere solo un tè, dell’alcol o semplicemente tenere la mano di una giovane ragazza, cose apparentemente normali per la cultura occidentale, ma vietate in quella bengalese.

All’interno di Kandapara le donne non possono portare l’hijab. Il paradosso sta nel fatto che lo indossano fuori, dove il velo diventa il simbolo di un diritto negato, il diritto a una vita dignitosa.

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Rigoberta Menchú: a lezione di umanità con il premio Nobel per la Pace

Rigoberta Menchú: a lezione di umanità con il premio Nobel per la Pace

Articolo di Alice Zampa

È stata un’aula gremita e attenta quella che lunedì 6 giugno ha accolto all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Rigoberta Menchú Tum. Leader indigena guatemalteca di origine maya, nel 1992 ha vinto il Premio Nobel per la Pace in virtù dei suoi sforzi per la giustizia sociale e la riconciliazione etno-culturale basata sul rispetto per i diritti delle popolazioni indigene.

Cultura maya e rispetto dell’ambiente

A portarla nell’ateneo milanese la conferenza dal titolo La cultura maya y el respeto del medio ambiente, promossa dal Dipartimento di Scienze linguistiche e letterature straniere, e fortemente voluta dal professor Dante Liano, docente di Lingua e letterature ispano-americane.

Tantissime le tematiche affrontate nel corso dell’evento: dal concetto della complementarietà della vita (“quella tra cosmo e Terra e quella che fa sì che nessuno possa trionfare senza l’altro”), alla connessione che ci lega alla nostra Madre Terra, dal cancro che il materialismo e il consumismo generano sulla società, all’importanza del rispetto dei popoli e delle minoranze etniche. Questi i punti chiave dell’impegno civile e sociale esemplare portato avanti dal premio Nobel dall’età di 16 anni, ovvero da quando fu costretta a scappare da Chimel, villaggio ai confini del mondo, sulle montagne del Guatemala.

Chi è Rigoberta Menchú Tum

Una storia durissima quella della Menchú, cresciuta durante la guerra civile che insanguinò la sua terra, portandole via brutalmente, nel corso degli anni Ottanta, quasi tutta la famiglia, perseguitata in quanto appartenente alle Comunità di base cattoliche. Bruciato vivo il padre, uccisa e esposta a cielo aperto la madre, assassinati dall’esercito due fratelli. Questa la terribile sorte toccata a loro e a molti altri, uccisi per mano di carnefici oggi accusati di genocidio contro la popolazione maya.

Un destino terribile che però Menchú ha saputo ribaltare e prendere in mano, dando vita a quello che oggi appare quasi come un miracolo che l’ha trasformata in una paladina internazionale dei diritti umani e civili. Una testimonianza vivente di cosa possa generare “la forza della parola pacifica che è anche ribellione”, come sottolineato durante la conferenza milanese dal professor Liano, che ha affermato: “Con la sua qualità di spirito e la sua forza d’animo Rigoberta ha saputo ribellarsi a un destino atroce, rispondendo con il perdono e la ricerca della giustizia.”

Dopo la fuga a piedi da Chimel, insieme alla sorella, la Menchú trovò accoglienza in Messico, da parte del vescovo Samuel Ruiz nella parrocchia di San Cristóbal Las Casas, in Chiapas. Chiamata a raccontare e denunciare la situazione del Guatemala ai prelati della Conferenza episcopale messicana la giovane guatemalteca analfabeta lasciò tutti a bocca aperta, dimostrando un eccezionale carisma naturale e una forza spirituale che segnarono per lei l’inizio di un lungo cammino. Cammino che l’avrebbe portata a “vincere un esercito” con il solo potere delle  parole, partecipando attivamente anche alla Commissione che stabilì faticosamente la fine delle ostilità in Guatemala.

Nel 1992 il riconoscimento più alto con il Nobel per la Pace, impulso in seguito al quale, l’anno successivo, la Menchú poté dare vita alla sua Fundación Rigoberta Menchú Tum (FRMT), che promuove attività in favore della difesa dei diritti umani, della pace e dello sviluppo sostenibile.

L’impegno civile

E proprio la tematica dello sviluppo sostenibile e dei mali che minacciano l’ambiente è stata al centro della conferenza milanese, durante la quale la leader guatemalteca ha ripercorso alcuni degli insegnamenti della cultura maya, usando un linguaggio tanto semplice quanto incisivo. “Gli uomini hanno perso la coscienza del loro profondo legame con la natura”, ha spiegato a un pubblico composto in larga parte da sudamericani. “La Terra ci dà tutto. Ci dà l’ossigeno che ci serve fin dal primo istante in cui veniamo al mondo. Nessuna scienza può negare che la nostra medicina venga direttamente dalla Terra”. Verità limpide e innegabili che la nostra società ha però da tempo perso di vista.

Surriscaldamento climatico ed emergenza idrica sono stati alcuni dei punti toccati dalla Menchú: “Noi siamo fatti di acqua e assorbiamo energia dalla Terra e tutti gli elementi sono fondamentali. Secondo la cultura maya persino il concepimento di una nuova vita è dato dall’allineamento tra l’organismo della donna con la Luna e la Terra.” A minacciare pesantemente la nostra società, per il premio Nobel, sono soprattutto il materialismo, il consumismo e l’individualismo che imperano: “L’essere umano è la creatura più prodigiosa del creato, ma è anche la più vulnerabile. E’ l’unica che si ammala spiritualmente e socialmente. Questo significa che l’infermità di uno influenza chi gli sta accanto. Siamo tutti interconnessi”.

Un particolare appello è stato poi rivolto dalla leader guatemalteca agli accademici: “La scienza, in ogni sua forma, sia sempre a favore e non contro la vita, l’educazione sia sempre costruttiva e non distruttiva”.

Le battaglie

Cruciali nel discorso della Menchú sono state, come sempre, le parole “perdono”, “umiltà” e “rispetto per i popoli”, considerate dalla donna armi insostituibili per vincere l’odio e qualunque tipo di scontro civile: “Ognuno di noi deve impegnarsi a vivere una vita utile, cercando di fare la differenza ogni giorno”.

Un impegno che la Menchú ha portato sempre avanti concretamente, seguendo da vicino tante battaglie: “Negli ultimi trent’anni è stato fatto un grandissimo lavoro per denunciare i delitti dell’umanità, come l’orrore dei bambini armati dal terrorismo e la schiavitù sessuale.” Accanto al concetto di perdono la leader guatemalteca accosta, infatti, sempre e con forza il concetto di denuncia e di giustizia penale: “Ci sono tante donne che da vittime diventano eroine denunciando le violenze subite, perché condannando questi delitti ne prevengono altri.”

E, infine, una dichiarazione per certi versi spiazzante, in grado di dimostrare la profonda spiritualità di Rigoberta Menchú: “Ricordiamoci che quelli che stanno al di là della barricata del male non sono robot, sono persone. Appelliamoci a loro come persone”.

Una conferenza diventata per tutti una lezione di grande umanità.

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Mauritania, terra di schiavi e di sabbie

Mauritania, terra di schiavi e di sabbie

Articolo di Susana Vera

Secondo il ‘Global Slavery Index’ stilato dall’ONG Walk Free nel 2016, in Mauritania l’1,06% degli abitanti è in condizione di schiavitù, il che fa del Paese africano la settima nazione al mondo per percentuale di schiavi sul totale della popolazione, preceduta da numerose nazioni in sesta posizione con l’1,13% (Repubblica Centrafricana, Libia, Somalia, Sud Sudan, Siria, Yemen, Afghanistan, Iraq, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Pakistan), dal Qatar (1,36%), dall’India (1,4%), dalla Cambogia (1,65%), dall’Uzbekistan(3,97%) e, prima in classifica, dalla Corea del Nord (4,37%).

In questo quadro sconfortante, poco nulla ha potuto fare una legge anti-schiavitù approvata nel 2015 dal Parlamento di Nouakchott, capitale di un Paese raramente sotto i riflettori e ponte tra Maghreb e l’Africa occidentale subsahariana.

Mauritania, questa sconosciuta

Largamente desertica, la Mauritania è caratterizzata da un forte contrasto culturale tra il Nord arabo-berbero (70% circa dei 3,6 milioni di abitanti) e il Sud più legato all’Africa ‘nera’. Il potere è rigidamente distribuito all’interno di un sistema di caste che vede la popolazione di origine araba al vertice della piramide sociale e gerarchica, mentre i Mauritani neri ne occupano i gradini più bassi. Parte della Spagna, la Mauritania divenne oggetto delle mire espansionistiche europee a partire dal XV secolo. Nel 1817, la Francia prese il controllo della fascia costiera, per poi imporre ufficialmente un protettorato nel 1904. A partire dall’indipendenza una dozzina di colpi di stato di cui l’ultimo nel 2008, quando a conquistare il potere fu Mohamed Ould Abdel Aziz. Eletto presidente l’anno successivo, Abdel Aziz ha ottenuto l’82% delle preferenze alle consultazioni del 2014, largamente boiudoritorno di Nouakchott alla democrazia ha permesso al Paese di rifare capolino sulla scena internazionale e rompere l’isolamento: il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno riavviato i programmi di aiuti, l’Unione Europea ha scelto la Mauritania come uno dei propri interlocutori per il contrasto dell’immigrazione clandestina e la lotta al terrorismo internazionale, rappresentato soprattutto dall’AQIM (al-Qaida nel Maghreb Islamico); la battaglia contro il terrorismo islamico ha portato anche Washington a dialogare con Nouakchott, mentre la Cina, new entry miniere, soprattutto di ferro.

La schiavitù: un male difficile da estirpare

Ufficialmente, di schiavi in Mauritania non ce ne sono. I Mori neri di discendenza berbera e africana erano schiavi, mentre ora sono chiamati ‘haratin’, una sorta di ‘liberti’ contemporanei. La versione governativa, tuttavia, è ben lungi dal rispecchiare la realtà. Dichiarata abolita nel 1981 e criminalizzata nei primi anni 2000, la schiavitù in Mauritania ha continuato a esistere, di generazione in generazione. In un’intervista rilasciata alla BBC nel 2014, Boubakar Messaoud, fondatore dell’ONG mauritana SOS Slaves, ha dichiarato che l’assenza di mercati degli schiavi per le strade di Nouakchott non significa che nel Paese la schiavitù sia stata abolita; al contrario, Messaoud denuncia come l’asservimento sia interiorizzato dagli schiavi come l’unica realtà a loro nota: “Uno schiavo catturato conosce la libertà, quindi devi incatenarlo per tenerlo a bada. Uno schiavo mauritano, però, non ha bisogno di catene: i suoi genitori e i suoi nonni prima di lui erano schiavi, e lui stesso è stato allevato come un animale da soma”. L’atteggiamento del governo mauritano è contraddittorio, e da esso traspare la mancanza di volontà necessaria a sconfiggere un fenomeno che l’élite continua a sfruttare per i propri interessi. Da una parte, infatti, nel 2014 la Mauritania ha adottato un programma per la radicale estirpazione della schiavitù elaborato insieme all’ONU e, l’anno successivo, ha introdotto una legislazione più severa che definisce la schiavitù un crimine contro l’umanità, innalza la pena per gli schiavisti a 20 anni di reclusione e punisce anche pratiche quali il matrimonio coatto (senza il consenso della nubenda). In contrasto con queste dichiarazioni d’intenti, a oggi non si è registrata alcuna condanna di schiavisti e, al contrario, gli unici a finire in prigione sono attivisti abolizionisti come Biram Dah Abeid and Brahim Bilal Ramdane, arrestati nel 2014.

Un fenomeno ancora diffuso in tutto il mondo

Vista la persecuzione di cui sono oggetto gli attivisti locali e il diniego di accesso al Paese per condurre ricerche che ricevono organizzazioni come Amnesty International, è oltremodo difficile stabilire quanti tra i Mauritani (di cui il 42% vive sotto la soglia di povertà secondo la Banca Mondiale) siano ridotti in schiavitù: la stima del ‘Global Slavery Index’ ne indica 43000. Certo è che il fenomeno è ancora diffuso a livello planetario, con 45,8 milioni di schiavi nel mondo, costretti a lavorare tramite minacce fisiche o psicologiche, trattati e commerciati come oggetti. E ciò con buona pace dell’articolo 4 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; La schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.”

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Lettera a mia moglie, infermiera volontaria tra i profughi (e a tutti quelli che non restano a guardare)

Lettera a mia moglie, infermiera volontaria tra i profughi (e a tutti quelli che non restano a guardare)

Di Marco Trovato

Un giorno non troppo lontano i giovani leggeranno sui libri di storia le vicende dei nostri tempi. Proveranno indignazione nell’apprendere che nel XXI secolo gli europei – artefici di una civiltà fondata sulla difesa dei diritti inalienabili di ogni individuo – eressero muri ai loro confini e militarizzarono le loro frontiere per tentare di respingere miriadi di profughi bisognosi di aiuto.

I giovani del futuro resteranno increduli e inorriditi nel comprendere che quegli esseri umani scappavano da guerre, dittature, miseria… spaventose crisi umanitarie che gli stessi europei avevano contribuito ad alimentare con la loro dissennata politica. Proveranno un moto di sdegno e di rabbia nel pensare ai misfatti della nostra epoca, come l’abbiamo provato noi quando sui banchi di scuola abbiamo appreso dei roghi di “streghe” nel Medioevo, dei milioni di persone ridotte in schiavitù durante i secoli della Tratta, dell’Olocausto nei campi di concentramento nazisti, di interi popoli sterminati in nome di Dio o di interessi più terreni.

I giovani del futuro leggeranno sui libri di scuola che nel XXI secolo decine di migliaia di persone affogarono nel Mediterraneo o morirono di stenti sulle rotte delle migrazioni nel disperato tentativo di approdare in Europa. Comprenderanno che questa immane ecatombe fu la vergogna dei nostri tempi. Ci giudicheranno con severità e si chiederanno come sia stato possibile che un’intera generazione di europei avesse smarrito del tutto la propria umanità.

Ma subito dopo scopriranno che no, non tutti gli europei restarono a guardare indifferenti. Verranno a sapere che alcuni – una minoranza più consistente di quanto non pensassero – non si omologarono al diffuso atteggiamento egoista e cinico, manifestarono solidarietà ai profughi, si batterono contro la politica xenofoba e nazionalista dilagante, portarono soccorso alle masse di esuli disperati, si spinsero fino ai confini del vecchio continente per accogliere i fuggiaschi. I giovani del futuro capiranno che in ogni epoca dell’umanità la gente si è schierata: da una parte o dall’altra della storia. E coloro che hanno preferito non schierarsi, restando spettatori passivi o volgendo lo sguardo altrove – per ignavia, cinismo o banale disinteresse – hanno di fatto assecondato i più forti e prepotenti. I pochi che hanno avuto la forza e la lucidità di andare controcorrente lo hanno fatto senza sapere come sarebbe andata a finire. Non hanno fatto calcoli di convenienza. Si sono mobilitati perché sentivano che era giusto e doveroso farlo.

Nel Medioevo ci furono degli illuminati che contrastarono la caccia alle streghe; negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso ci furono coraggiosi oppositori al regime nazifascista; durante lo schiavismo ci furono attivisti dei diritti civili che si scontrarono con i negrieri; alla vigilia di ogni guerra non mancarono irriducibili pacifisti che tentarono in ogni modo di ostacolare la dilagante aspirazione bellica. Per nessuno dev’essere stato facile sfidare il clima avverso. Vincere la tentazione di arrendersi a ciò che era ritenuto “ineluttabile”, continuare a opporsi malgrado la percezione frustrante di trovarsi di fronte a sfide troppo grandi. Taluni hanno vinto le loro battaglie, altri no. Ma quei comportamenti sono stati in ogni caso una testimonianza importante: esempi vitali di coraggio, di resistenza, di coscienza civile. Barlumi di speranza in epoche oscure.

La tua scelta di partire come infermeria volontaria per i campi profughi in Grecia – una goccia di aiuto in un mare di bisogni – non cambierà le sorti della storia. Non assolverà l’Europa dalle sue terribili responsabilità; ma è un gesto importante perché ci aiuta a scuotere le nostre coscienze dal torpore. Ed è importante per tutti quei migranti che avranno la fortuna di incrociarti nel loro tormentato viaggio: ogni volta che donerai un po’ di sollievo, un sorriso, un gesto di comprensione e di accoglienza, ricorderai a quelle persone – e a quanti, un giorno non troppo lontano, leggeranno sui libri di storia le vicende dei nostri tempi – che no, non abbiamo smarrito del tutto la nostra umanità.

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Il viaggio di alcuni attivisti per i diritti dei migranti alla volta di Calais e della Grand Synthé, due campi profughi nel cuore dell’Europa

Il viaggio di alcuni attivisti per i diritti dei migranti alla volta di Calais e della Grand Synthé, due campi profughi nel cuore dell’Europa

Articoli di Leonardo Cavaliere

Mercoledì 1 giugno. “E domani si parte”

Da oggi, ho il piacere di ospitare il reportage di attivisti per i diritti dei migranti che partiranno da Bergamo alla volta di Calais e della  Grand Synthé per capire e testimoniare la situazioni dei due campi nel cuore d’Europa, ma soprattutto per incontrare la speranza e la voglia di libertà delle tante donne, dei tanti minori e uomini desiderosi di raggiungere il loro sogno. Sul blog verrà pubblicato giornalmente il “diario di viaggio”. Leonardo Cavaliere Domani partiamo per Calais e la Grand Synthé perché siamo in un momento storico che non ci permette di guardare oltre, di far finta di niente. Andiamo per incontrare persone che vivono con la speranza di raggiungere Dover, l’Inghilterra, nonostante siano fermi in condizioni davvero difficili da mesi, alcuni anche da anni. Andiamo per conoscere quella rete di servizi che ruotano attorno a queste persone costrette a vivere in una tenda. Partiamo perché siamo un gruppo di adulti e giovani (siamo di Bergamo) che da diverso tempo si sta informando e sta cercando di capire le situazioni che migliaia di migranti e profughi stanno vivendo. Siamo andati a Lampedusa, per ascoltare i racconti degli abitanti di quell’isola, la porta d’Europa, capaci da soli di accogliere centinaia di migranti; siamo andati a Idomeni, per conoscere gli uomini, le donne e i bambini bloccati sul confine greco. Anche nel nostro territorio abbiamo cercato di “aprire i nostri confini”: l’amministrazione comunale, insieme con la Caritas delle parrocchie, ha deciso di ospitare 5 ragazzi profughi (4 del Gambia e 1 del Senegal). È molto bello vedere come la comunità si sta muovendo: anche solo un invito a pranzo è diventato un enorme gesto di solidarietà. Sono diversi, ma sempre pochi, i comuni bergamaschi che si stanno mobilitando per poter ospitare profughi nel proprio paese. Prima di giungere a Calais, ci fermeremo al Parlamento Europeo a Bruxelles, per incontrare l’On. Barbara Spinelli molto attenta al tema dei migranti. Arrivati nella città francese, incontreremo una serie di associazioni che ci daranno una mano a capire la situazione attuale, come Medici Senza Frontiere, le municipalità, l’associazione Salam e Secours Catholique, ma soprattutto i volti e le storie di coloro che lì attendono con speranza di portare a termine il loro progetto migratorio.

Giovedì 2 giugno. “Chi siamo. Bruxelles. Tomorrow England”

Oggi siamo partiti.

Prima di raccontare del nostro viaggio, è meglio raccontare chi siamo noi. Siamo un gruppo molto eterogeneo, un gruppo che ha vissuto delle esperienze diverse: vi sono due sacerdoti che da anni si stanno battendo per i diritti dei migranti, due educatrici che sono a contatto con 4 coppie di migranti, un assessore ai servizi sociali la cui amministrazione sta ospitando 5 ragazzi profughi, una ragazza universitaria che sta scrivendo la tesi sulla situazione di Calais e altre persone che sono interessate alla tematica della migrazione e che grazie a questa esperienza vorrebbero approfondirla.

Prima tappa: Bruxelles. Dopo aver preso due pullmini e dopo aver pranzato, siamo arrivati all’Europarlamento. Qui ci ha accolto Chiara de Capitani, assistente dell’On. Barbara Spinelli (rappresentante del partito politico dei Socialisti), che si occupa di asilo politico, migrazione e terrorismo. Dopo una breve descrizione del nostro gruppo, le abbiamo iniziato a parlare della nostra storia. In modo particolare, le abbiamo riferito del nostro progetto di accoglienza di 5 giovani profughi all’interno del nostro comune: i ragazzi si troveranno molto presto con un terzo diniego, il quale li renderà invisibili, illegali, dei veri e propri clandestini. “Come ci dobbiamo comportare? Come deve agire il Comune sapendo che avrà degli irregolari all’interno del proprio territorio?”: sono domande a cui il Questore e il Prefetto non hanno saputo rispondere e speravamo che la giurisdizione europea potesse colmare questi nostri interrogativi. Purtroppo non è così: la giurisdizione europea non ha voce in materia, la tematica del “dopo” è di competenza statale. Dato questo problema la domanda sorge spontanea: che potere ha l’UE? O meglio ancora, esiste un’UE politica? Probabilmente no. L’Unione europea è nata ed è rimasta tutt’ora come un trattato economico ma non ha ancora trovato una stabilità ed un equilibrio politico. La sua gestione è in mano a grandi potenze, come l’Inghilterra, la Francia e la Germania. Chiara ci diceva che su questione economiche (come l’agricoltura, la pesca, la caccia…) il parlamento si trova pienamente coeso, cosa che non succede in temi politici come quelli della migrazione. Quanto i problemi che si discutono in Europarlamento sono problemi del popolo? Abbiamo sentito il Parlamento molto distante e lontano da noi, non capace di risolvere problemi con cui noi abbiamo a che fare quotidianamente. È un’istituzione molto giovane (le prime elezioni sono state effettuate nel 1976, ha quindi 30 anni) ma già incapace di risolvere queste problematiche. L’UE è una neonata fragile e insicura, che ha ancora bisogno di essere allattata e accudita. Tuttavia Chiara, in un contesto così disastroso, ci ha dato un segno di speranza: continuiamo a lottare nella nostra piccola società civile, continuiamo a far politica, continuiamo a fare quello in cui crediamo.

Nel pomeriggio inoltrato ci siamo diretti a Calais, dove abbiamo incontrato Claire, segretaria dell’associazione Salam (acronimo di “sosteniamo, aiutiamo, lottiamo e agiamo per i migranti”). Salam si occupa di offrire i bisogni primari (cibo, vestiti, acqua, doccia e toilettes) ai migranti  del campo di Calais e di Dunkerque che stanno attendendo di oltrepassare la Manica per raggiungere Dover. Ci ha colpito moltissimo la tenacia, la passione e la grinta della volontaria: una vita passata in aiuto di questi uomini e di queste donne, perché, come afferma lei stessa: “credo nell’umanità. Siamo tutti esseri umani”.

Calais non ospita migranti da qualche annetto, ma ha una grande storia di migrazione. Nel 1999 il partito socialista ha deciso di accogliere in strutture più organizzate e umane tutti i migranti, i quali erano arrivati intorno ai 500. Nel 2002 il numero si è triplicato (più di 1500): Sarkozy, allora ministro degli interni, tuttavia, ha deciso di togliere tutte le tende, pensando così di eliminare il problema della migrazione. Ma ovviamente i migranti sono rimasti e si sono accampati nelle dune, sotto gli alberi, nella miseria. Nel 2015 si è ottenuto una grande vittoria politica: lo stato ha riconosciuto la disastrosa situazione nella quale centinaia di uomini e di donne erano costretti a vivere ed ha pensato di muovere qualcosa. È stato aperto il centro “Jules Ferry”, il quale offre una colazione, un pranzo, una presa della corrente per poter ricaricare il cellulare, toilettes e delle docce.

Ovviemente i migranti all’interno del campo di Calais non sono lì per rimanervici, il loro obiettivo è la città di Dover. Il loro mezzo di trasporto attraverso il quale raggiungerla è il camion. In media le persone rimangono nei campi per un massimo di 6/7 mesi, poi riescono (non si sa in quale condizione) a raggiungere l’altra costa della Manica. Non si fermano mai, sono in continuo movimento. Il loro obiettivo è l’Inghilterra e il loro motto è “Tomorrow England”.

Venerdì 3 giugno. “Anyway we have hope”

Secondo giorno di viaggio. Entriamo per la prima volta nel campo di Grande Synthe, comune della città di Dunkerque, grazie all’aiuto di Hortense, operatrice di Medici Senza Frontiere (MSF). Il campo è il frutto di una proficua collaborazione tra il Comune di Grande Synthe, Damien Carème, e MSF.

Da giugno 2015 a settembre 2015 il numero dei migranti è aumentato in maniera esponenziale, da 700 a 2800. Il comune ha deciso di agire, ha capito che era il momento di soccorrere quei migranti che dormivano sotto le piante, che erano costrette a camminare nel fango più profondo. Ha deciso quindi di rivolgersi allo stato: è possibile avere dei finanziamenti per costruire un campo in cui i migranti possano avere accesso all’acqua, al cibo e all’elettricità? Lo Stato non solo non ha offerto questo finanziamento, ma ha anche proposto di cacciare via tutti quei migranti, in quanto irregolari. La municipalità non riusciva a sopportare questa distinzione così discriminatoria tra cittadini regolari e i clandestini: siamo tutte persone e in quanto persone abbiamo dei diritti. Il comune ha deciso, quindi, di continuare con il suo progetto: il sindaco ha chiesto una mano a MSF per la realizzazione di questo campo. Il 12 gennaio sono partiti i lavori e sono terminati due mesi dopo circa. Il costo totale della struttura è di 3 milioni e mezzo (1 milione e mezzo del comune e 2 milioni di MSF). MSF e il comune hanno deciso di adottare una politica del “Free Entry”: tutti possono entrare liberamente, non ci sono state né perquisizioni né richieste di lasciare le impronte. Tutti si devono sentire accolti. Accesso libero vuol dire anche che molte associazioni e molti privati possono entrare per aiutare i migranti: distribuiscono beni di prima necessità e forniscono un valido aiuto psicologico, soprattutto alle persone che hanno delle gravi ferite che hanno bisogno di parlare e di raccontarsi.

Quando siamo entrati, il campo era vuoto e spento: “dove sono le persone?” ci siamo chiesti. “Stanno dormendo nelle tende” ci ha risposto Hortence. Eppure non siamo entrati di notte, era intorno alle 10. “Stanno dormendo perché come ogni notte cercano di salire sui camion per poter raggiungere l’Inghilterra”, ci spiega Hortense dopo aver visto le nostre facce stranite. Elena, una volontaria italiana che adopera presso la scuola del campo, ci ha spiegato: “Un giorno è entrata una bambina. Puzzava tantissimo di alcol. Sicuramente l’hanno sedata, per poterla far dormire e riuscire dunque a salire sul camion”.

Dopo quest’esperienza così forte e toccante, siamo andati a trovare un collaboratore del sindaco di Grande Synthe, Philippe Druesne, che ci ha spiegato la storia del comune e come questa ha influito sulla costruzione del nuovo campo. Dunkerque ha una popolazione migrante da anni, in quanto 2 o 3 generazioni fa chi ci abitava era proveniente da paesi stranieri (circa il 98%). Questo ha facilitato molto l’accettazione della popolazione dei migranti e la successiva costruzione del nuovo campo. Non ci sono mai stati grossi litigi o manifestazione nei loro confronti, ma accettazione e tolleranza. Questo ovviamente non è avvenuto a Calais, dove un’amministrazione estremamente conservatrice ha favorito la chiusura mentale e la non-accettazione dei migranti; anzi, vengono ritenuti dei criminali, se non dei terroristi. La paura più grande è che questa ghettizzazione (del campo di Dunkerque, ma anche e soprattutto del campo di Calais) si trasformi in discriminazione e violenza.

Dopo un panino veloce, siamo andati a trovare l’associazione “Secours Catholique”, la Caritas Francese. Ci hanno ospitato non solo gli operatori, ma anche un ventina di migranti che ci hanno accolto con grande gioia. È stato bello avere uno scambio di idee, di informazioni e di attività che noi a Bergamo e loro a Calais compiono di fronte al tema della migrazione.

La Giungla, così viene denominata il campo di Calais, contiene 4000 migranti. Il compito principale di Secours Catholique è l’assistenza primaria (distribuzione di coperte, vestiti, beni alimentari) e consulenza psicologica. Inoltre, offrono consulenza a tutte le persone che vogliono richiedere l’asilo in Francia: danno consigli su ciò che c’è da fare e, quando è necessario, fanno anche da mediatori tra gli avvocati (in tutto sono 10) e i migranti richiedenti asilo. Secours Catholique, inoltre attua un progetto denominato “Famille d’accueil”: intorno al territorio di Calais ci sono circa 100 famiglie disposte ad ospitare per un breve periodo migranti che hanno bisogno di allontanarsi dalla Giungla. Oltre a queste famiglie la Caritas francese offre un centro d’accoglienza per persone che hanno bisogno di riflettere sul proprio futuro. L’intento principale di queste attività è di fare famiglia, di collaborare e di rimanere uniti anche nelle difficoltà.

Il pomeriggio si è concluso con l’intervento di qualche giovane migrante, che hanno espresso la loro immensa gratitudine per quello che facciamo, ma ha lamentato come noi fossimo dei pesciolini in un oceano immenso: la realtà che hanno visto in Italia non è frutto di ospitalità, di cura e di accoglienza, anzi, di violenza da parte della polizia e assenza di assistenze mediche. È stato molto toccante osservare come la passione e la solidarietà dominassero questi scambi di esperienze. Nessuno sembrava arrabbiato: un clima di rispetto e di accettazione reciproca era alla base di ogni intervento. Dopo aver ascoltato con grande attenzione gli operatori di Secours Catholique, siamo entrati nella Jungle.

La differenza con il campo di Grande Synthe è palese: l’ambiente è molto più dinamico, movimentato; nessuno era fermo. Troviamo inoltre la presenza di molte attività commerciali: si è costruita una città all’interno della città. Non solo, vi sono biblioteche, librerie, una chiesa e una moschea. Citando Chiara, l’assistente dell’On. Spinelli: “è incredibile come la resilienza umana funzioni e adoperi in situazioni di completa povertà e miseria”.

Sabato 4 giugno. “Regno Unito: la nuova El Dorado”

Dopo tanti incontri, dopo tante informazioni, abbiamo deciso di agire. Ci siamo divisi in due gruppi, un gruppo è andato al campo di Dunkerque e l’altro alla JungleI nostri compiti erano differenti (chi doveva consegnare i pasti, chi pulire le docce, chi far da mangiare, chi consegnare i vestiti), ma lo scopo era uno solo: cercare di conoscere alcune persone (perché non dimentichiamoci che prima di essere migranti, sono persone) che vivono là; capire la loro situazione, la loro storia e cercare di far strappare loro un sorriso. Abbiamo parlato molto con loro, soprattutto afghani ed eritrei, e abbiamo sentito le loro storie: da chi sta cercando di raggiungere Dover, a chi sta richiedendo asilo in Francia perché stanchi di saltare sui camion, a chi è costretto ritornare in Italia per colpa delle impronte. Abbiamo notato come l’Inghilterra sia venerata: pensano che si possa trovare lavoro in brevissimo tempo, di essere accolti a braccia aperte, di ottenere l’asilo in pochissimo tempo. Insomma, l’Inghilterra è la nuova El Dorado. Confrontandoci rispetto alle varie esperienze, abbiamo capito come la loro vita fosse in fila: in fila per la doccia, per la colazione, per lavare i vestiti, per i pasti. Se di notte cercano di scappare per raggiungere l’Inghilterra, di giorno sono in fila per cercare di ottenere un piatto caldo.

Dopo questa mattinata “lavorativa”, abbiamo incontrato Philippe, creatore del blog “Passeur d’Hospitalité”. Questo blog ha la funzione di informare, di dare una visione differente rispetto a quella che offre già lo Stato. Ciò vuol dire anche documentare gli aspetti che il giornalismo francese tende ad oscurare: la violenza della polizia e le grandi difficoltà amministrative per la richiesta d’asilo. Philippe ci ha raccontato come la situazione migratoria che vive Calais sia molto spesso frutto di una mediatizzazione (così come in Italia): se ne parla quando le notizie fanno più scalpore, dipingendo i migranti come delinquenti; si dipinge una realtà in maniera estremamente superficiale, senza cogliere quelli che sono i meccanismi reali che stanno alla base.

L’intento del blog è quello di avere da un lato un’azione informativa e intellettuale con l’intento di muovere le masse e dall’altro  proporre un’azione pratica e concreta. Questo è anche quello che vogliamo portare a casa da questo incontro: non solo proporre concretezza nelle nostre azioni, ma cercare anche di catturare l’attenzione del popolo civile affinché possa nascere un’azione politica.

Lunedì 6 giugno, ultimo giorno di viaggio. “Accoglienza e integrazione”

Ci incontriamo nella Parrocchia di Saint Pierre con Veronique, una volontaria presso Secours Catholique.

Veronique ci ha raccontato la sua esperienza a contatto con i migranti: ha deciso di aprire le porte della sua casa a coloro che ne avessero bisogno. Ha ospitato molti migranti richiedenti asilo e “irregolari”: si era formato un tacito accordo tra lei e la polizia. Lei però rischia di essere accusata di favoreggiamento all’immigrazione clandestina. “Chi te lo fa fare?”, le abbiamo chiesto. “Io la prima volta che li ho visti, li ho amati tutti indistintamente. Non so perché, ma li ho amati”. Un chiaro esempio di esperienza di Vangelo per la Comunità di Calais, ma anche per tutti noi. Siamo partiti poi per Bruxelles, dove abbiamo incontrato Loredana Marchi, operatrice presso il centro “Foyer”. Il centro di integrazione, che ha una matrice cattolica e protestante, ha due pilastri educativi: la scuola e la formazione delle donne migranti. Tuttavia ci si è resi conto di come la sola educazione alle donne non bastasse: l’emancipazione della donna non faceva altro che creare delle separazioni e dei divorzi all’interno della famiglia. Quello che si sta cercando di creare è anche un posto in cui gli uomini possano provare delle attività “femminili”, come cucinare e cucire, per far loro capire che non esistono mansioni da uomini e mansioni da donne. L’arma attraverso cui si vuole educare è il dialogo. Loredana ci ha lasciati dopo il nostro brevissimo incontro con queste parole: “non imitate il modello educativo di Foyer. Costruitene uno nel vostro territorio secondo le disponibilità e le esigenze del popolo migrante”. L’ultimo incontro prima della partenza è stato con il segretario episcopale della commissione della migrazione in Belgio, Padre Mark Butaye. Ci ha spiegato come molte parrocchie di Bruxelles si siano attivate per poter ospitare migranti che hanno fatto la richiesta d’asilo. Non solo, anche molte famiglie hanno deciso di aprire le loro porte. I clandestini, tuttavia, non sono tollerati in Belgio: vengono rimandati in poschissimo tempo nel loro paese d’origine. La Chiesa belga si sta battendo perché il rientro possa essere allungato il più possibile (magari per poter finire l’anno scolastico) e quindi partire con un bagaglio scolastico e culturale più ampio. “Accogliere vuol dire prendersi tutto in carico, come il buon samaritano” ci ha raccontato. Questo vuol dire non solo che dobbiamo conoscere la sua storia e il suo passato, ma che se vogliamo veramente accoglierlo, dobbiamo “farci carico di tutta la sua famiglia, i suoi amici e tutte le persone che verranno dopo”. Un’accoglienza a 360 gradi. Link source

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