L’attentato all’aeroporto Atatürk di Istanbul è solo l’ultimo di una serie di attacchi che negli ultimi anni hanno interessato la Turchia. Poco dopo le 22 (ora locale) di ieri sera un gruppo di terroristi (secondo le prime ricostruzioni dovrebbe essere stato un commando di 7 persone) ha aperto il fuoco ai varchi di ingresso dell’area arrivi e si è fatto esplodere. Nonostante l’attentato non sia ancora stato rivendicato, il premier turco Binali Yildirim ha indicato come responsabile il sedicente Stato islamico.

Dal 2003 in Turchia si sono registrati 17 attentati terroristici (sia di matrice islamista sia riconducibili alla guerriglia curda del PKK), con un’impressionante escalation nel 2016 durante il quale sono avvenuti ben sette attacchi. Diversi analisti ritengono probabile che ISIS intenda intensificare lo scontro con la Turchia cercando di reclutare kamikaze tra i rifugiati siriani e spingere gruppi fondamentalisti turchi a prendere le armi contro Erdoğan.

Qualora si appurasse che l’attentato fosse opera di ISIS – la pista al momento più accreditata – perché il Califfato ha scelto questo obiettivo?

La propaganda è un aspetto fondamentale della strategia del sedicente Stato Islamico. Il 29 giugno è l’anniversario della proclamazione del Califfato e ISIS ha bisogno di dimostrare, soprattutto ai suoi sostenitori, di non essere in crisi. Le recenti sconfitte militari subite a Manbij in Siria e a Falluja in Iraq dimostrano che il motto del Califfato, “Rimanere ed Espandersi”, è sempre più uno slogan senza corrispondenza con la realtà. ISIS ha scelto un bersaglio a effetto in un paese come la Turchia, che può essere colpito con più facilità rispetto ad altri stati europei. L’obiettivo è di indebolire ulteriormente Erdoğan e colpire l’economia turca, che si basa anche sull’apporto finanziario dei quasi 40 milioni di visitatori che, fino al 2014, avevano scelto di recarsi in questo paese per ragioni di affari o turismo.

Ci possono essere collegamenti tra l’attentato e i cambiamenti nelle relazioni della Turchia con Israele e Russia?

Non è possibile affermare che quanto sia accaduto all’aeroporto di Istanbul sia direttamente collegabile all’annuncio effettuato poche ore prima da Ankara circa la normalizzazione dei rapporti con Israele e, in parte, con la Russia. Gli attacchi possono essere identificati come una conseguenza del caos mediorientale in cui la Turchia è pienamente coinvolta. Ankara si è trovata infatti a giocare più partite parallele su diversi dossier mediorientali, dalla Siria alla questione curda, passando per le tensioni intra-islamiste con alcuni importanti attori regionali.

Queste tensioni inevitabilmente si sono riversate anche e soprattutto nei rapporti regionali e internazionali, alienando in alcuni casi il sostegno di storici partner (Russia e Israele), in altri creando fratture mai ricomposte (Egitto in primis, a seguito del rovesciamento dei Fratelli musulmani appoggiati dalla Turchia di Erdoğan). Dall’obiettivo di avere “zero problemi con i vicini”, la Turchia si è trovata sostanzialmente con un intero vicinato in conflitto. Anche in virtù del trend di attentati subiti, Ankara sembra stia pagando lo scotto di questi conflitti in cui è stata coinvolta con un’ondata di destabilizzazione che mira a colpire il cuore del paese e i suoi asset strategici.

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