RISCHIARE TUTTO

Rischiano detenzione, lavori forzati, percosse o morte. Ciononostante, decine di migliaia di bambini, molti di loro non accompagnati o separati, stanno compiendo un pericoloso viaggio nella speranza di trovare la salvezza o una vita migliore in Europa. Fuggono da violenze brutali, povertà degradanti, siccità, matrimoni infantili forzati o mancanza di prospettive e di speranza da decine di paesi in Africa, Asia e Medio Oriente.

“Non dovremmo mai dimenticare cosa spinge così tante famiglie a rischiare tutto nella speranza di trovare asilo in Europa. E non dovremmo mai dimenticare che i bambini che si spostano sono innanzitutto bambini che non hanno alcuna responsabilità per le terribili condizioni in cui si trovano, e hanno tutti i diritti di reclamare una vita migliore”, ha dichiarato il Coordinatore UNICEF per l’emergenza migranti e rifugiati in Europa Marie-Pierre Poirier.

Dal brutale conflitto in Siria o dalla terra inaridita della Somalia alle imbarcazioni malsicuri e agli squallidi campi di fortuna, ogni passo del viaggio è carico di pericoli, e ancor più per i bambini – quasi uno su quattro – che viaggiano senza un genitore o un accompagnatore.

LA ROTTA DEL MEDITERRANEO CENTRALE

Nelle ultime settimane, i viaggi dal Nord Africa verso l’Italia si sono intensificati, causando sempre più vittime. I morti tra il 1 gennaio e il 5 giugno 2016 sono stati 2.427, rispetto ai 1.786 registrati nel 1° semestre del 2015. Il numero di bambini non accompagnati che hanno attraversato il Mediterraneo Centrale è raddoppiato ad oltre 7.000 nei primi 5 mesi del 2016, rispetto allo stesso periodo del 2015, secondo l’OIM. I bambini non accompagnati costituiscono oltre il 92% dei 7.567minorenni che, attraversando il mare, sono giunti in Italia tra il 1 gennaio e il 31 maggio 2016. Soprattutto a causa dei forti rischi correlati al viaggio, è diminuito il numero delle famiglie, mentre gli uomini adulti hanno costituito il 70% dei 28mila arrivi registrati in quel periodo.

Con l’avvicinarsi della stagione estiva degli attraversamenti del Mar Mediterraneo, nei prossimi mesi questi numeri potrebbero aumentare notevolmente. Attualmente circa 235mila rifugiati e migranti si trovano in Libia4 e circa 956.000 nei paesi del Sahel5; molti di loro – se non la maggior parte – sperano di poter partire per l’Europa. Solo nell’ultima settimana di maggio 2016, un totale di oltre 16.500 migranti e rifugiati ha raggiunto la Libia da Agadez, la principale arteria per il traffico dei migranti in Niger.

Per molti rifugiati e migranti, l’annegamento è solo uno dei numerosi rischi che corrono lungo il loro cammino, che comprende attraversare diverse migliaia di chilometri sulle montagne, deserti, regioni dilaniate da violenze. Rischiano disidratazione, rapimento, rapine, stupri ed estorsioni, così come detenzione e percosse da parte delle autorità o delle milizie. I bambini non accompagnati e separati sono particolarmente a rischio di abusi e sfruttamento, in particolare da parte di trafficanti a cui si affidano per raggiungere l’Europa, come la maggior parte dei rifugiati e dei migranti.

E praticamente ogni bambino che arriva sull’isola italiana di Lampedusa o in Sicilia ha una storia straziante da raccontare. Bambini come Omar7, che è fuggito dalla Somalia a 16 anni, quando un gruppo armato ha minacciato di ucciderlo perché si era rifiutato di entrare nelle loro file. Quando alla fine è riuscito a raggiungere la Libia, i contrabbandieri gli hanno chiesto più soldi, l’hanno arrestato e picchiato, finché la sua famiglia non gli ha inviato i soldi necessari. Dice di riuscire a ricordare a malapena il viaggio via mare, ma ricorda di aver visto gente annegare quando la barca ha cominciato ad affondare, prima di avvistare finalmente una nave di salvataggio italiana. Alcuni migranti, provenienti soprattutto dall’Africa sub-sahariana, usano il sistema “paghi per partire”, fermandosi spesso, lungo il viaggio, a lavorare per alcuni giorni, settimane o mesi per riuscire a pagare i trafficanti. Questi migranti corrono maggiori rischi di ritrovarsi bloccati ed esposti ad abusi. “Se cerchi di scappare ti sparano e muori. Se smetti di lavorare ti picchiano. È come la tratta degli schiavi”, ha detto il sedicenne Aimamo parlando della fattoria in Libia dove lui e suo fratello gemello hanno lavorato due mesi per pagare i trafficanti. “Una volta mi stavo semplicemente riposando per cinque minuti, e un uomo mi ha picchiato con un bastone. Dopo il lavoro, ti chiudono a chiave”. Quando sono arrivati per la prima volta in Libia, dopo un lungo viaggio dal Gambia attraverso il Senegal, il Mali, il Burkina Faso e il Niger, i due fratelli hanno raccontato di essere stati arrestati e picchiati prima che uno dei trafficanti concedesse loro la liberazione. Esistono forti prove del fatto che la crisi migratoria è stata sfruttata da reti criminali di trafficanti di esseri umani che prendono di mira in particolare i più vulnerabili, soprattutto donne e bambini. C’è preoccupazione crescente per un netto aumento di donne e bambine nigeriane che lasciano la Libia per raggiungere l’Italia: secondo le stime dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), l’80% di loro è vittima del traffico di esseri umani.

Alcuni operatori sociali italiani sostengono che bambine e bambini siano stati vittime di abusi sessuali e costretti a prostituirsi durante la loro permanenza in Libia, e che alcune ragazze violentate fossero incinte al loro arrivo in Italia. Tuttavia, a causa della natura illecita delle operazioni di traffico di esseri umani, non esistono cifre attendibili che dimostrino quanti migranti e rifugiati muoiano, o rimangano vittime di lavoro forzato o prostituzione, oppure continuino a vivere in condizioni di detenzione. “È così ingiusto che questi bambini, fuggiti da situazioni terribili di guerra o di violenza, debbano poi sopportare questi viaggi strazianti”, ha detto Marie Pierre Poirer, coordinatore speciale UNICEF per la crisi dei rifugiati e dei migranti in Europa.

LA ROTTA DEL MEDITERRANEO ORIENTALE

L’anno scorso la grande maggioranza dei migranti e dei rifugiati arrivati sulle coste europee era costituita da siriani, afghani e iracheni che avevano attraversato la Turchia per poi raggiungere la Grecia via mare. Questi numeri, però, sono enormemente diminuiti a seguito delle chiusure dei confini dei Balcani nel marzo del 2016 e dell’introduzione, nello stesso mese, all’accordo tra UE e Turchia per rimandare rifugiati e migranti in Turchia.

Nell’ottobre del 2015, in alcuni giorni sono arrivati a sbarcare anche 7.000 tra migranti e rifugiati sulle coste della Grecia. A maggio del 2016 la media giornaliera è scesa a 47 9.

Contemporaneamente, migliaia di bambini e di famiglie sono rimasti bloccati, senza sapere se saranno rimandati indietro o se, alla fine, riusciranno a proseguire il loro viaggio. Al 1° giugno 2016, un totale di quasi 58.000 migranti e rifugiati risultano bloccati, la maggior parte in Grecia e gli altri in Ungheria e nei paesi balcanici10. (OIM). Ciononostante, molti continuano il viaggio con l’aiuto di trafficanti, cosa che li mette ancor più a rischio.

Molti bambini, soprattutto quelli non accompagnati o separati dalle loro famiglie, sono caduti nel limbo di sistemi di asilo oberati, lenti e disuguali. Troppo spesso i bambini sono tenuti dietro le sbarre- rinchiusi in strutture di detenzione o in custodia delle forze di polizia a causa della mancanza di spazio nei centri di protezione dell’infanzia e della limitata capacità di individuare soluzioni alternative. Le procedure atte a valutare la richiesta d’asilo di un bambino sono di solito complesse e lunghe – in alcuni paesi richiedono fino a due anni – e i processi di ricongiungimento familiare possono risultare ugualmente lenti; ciò significa che spesso i bambini trascorrono lunghi periodi di tempo in un centro di assistenza sociale, incerti sul proprio futuro; molti rifugiati e migranti minorenni sono rimasti fuori dalla scuola per mesi, se non addirittura per anni.

“Le vite dei bambini vengono tenute in sospeso per quella che a loro può sembrare un’eternità; le loro aspirazioni di imparare, le loro speranze per il futuro rimangono sospese”, ha dichiarato Poirier. La paura di veder interrotto il loro viaggio, la sfiducia nelle autorità o la lunga attesa prima che venga trattato il loro caso hanno spinto molti bambini non accompagnati a evitare di registrarsi o a scappare dai centri di accoglienza.

Non esiste un modo chiaro per dare conto di tutti e 96.000 minorenni non accompagnati che hanno fatto richiesta d’asilo nel 2015 in Europa- tra i quasi 406.000 bambini e tra un totale di circa 1,4 milioni di richiedenti asilo11 – e si teme che alcuni di loro possano essere caduti preda di bande criminali.

TROVARE UNA SOLUZIONE

Per i bambini che finalmente raggiungono la loro destinazione, comincia un nuovo viaggio, spesso difficile, verso l’adattamento e l’integrazione, o possibile rimpatrio (ove previsto) se la loro richiesta d’asilo viene rifiutata. Le dimensioni della crisi hanno messo a dura prova i sistemi sociali dei paesi ospiti, malgrado gli sforzi compiuti a tutti i livelli della società per offrire aiuto. In Germania, per esempio, un’analisi del dicembre 2015 condotta dal governo tedesco e dall’UNICEF sui minorenni arrivati con le loro famiglie, ha dimostrato che i bambini rischiano di cadere vittime di violenze, abusi e sfruttamento, soprattutto nei centri di accoglienza e di sistemazione temporanea. Mentre attendono la valutazione delle loro richieste d’asilo – cosa che può richiedere dei mesi – i migranti e i rifugiati vengono spesso alloggiati in palestre, ex caserme militari o in altri ricoveri provvisori. In questi centri, non sempre i bambini hanno accesso all’istruzione scolastica di base, al sostegno psicosociale adeguato o ad attività ricreative regolari. Sebbene numerose persone abbiano aperto i loro cuori – e talvolta le loro case – i nuovi arrivati hanno dovuto affrontare anche attacchi xenofobi, incitamenti all’odio e stigmatizzazioni. Questo può determinare un sentimento di alienazione e di esclusione sociale, soprattutto tra i bambini che già stanno incontrando difficoltà con la lingua e la cultura locali. In Germania, la polizia federale ha riferito di 45 incendi dolosi ai danni di ricoveri per i rifugiati verificatisi tra gennaio e la metà di maggio del 2016. “I bambini migranti e rifugiati hanno sofferto guerre, persecuzioni, privazioni e viaggi terribili. Anche dopo aver raggiunto la relativa sicurezza della loro destinazione, necessitano ancora di protezione, istruzione, assistenza sanitaria e sostegno. Dobbiamo stare dalla loro parte”, ha detto Poirier.

 I BAMBINI DEVONO ESSERE PROTETTI

Centinaia di migliaia di bambini migranti e rifugiati sono già giunti in Europa e molti altri si stanno spostando proprio in questo momento. Ad ogni tappa del loro viaggio si trovano tutti a dover affrontare rischi di morte, stupro, attacchi, detenzione, lavori forzati. Ognuno di questi minori ha bisogno di protezione e gode dei diritti garantiti dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia. Tutti i paesi – quelli che i bambini lasciano, quelli che attraversano e quelli in cui chiedono asilo– hanno il dovere di proteggerli. Nell’Unione Europea, riforme politiche e legislative dovrebbero essere usate per aprire maggiori opportunità per canali sicuri, legali e regolari per migranti e rifugiati, rafforzando le garanzie giuridiche per i bambini e migliorando le procedure per riunirli con i loro familiari. Le regole di riunificazione familiare esistenti andrebbero interpretate in modo ampio e più flessibile per rispondere ai bisogni umanitari dei bambini. “Non dobbiamo mai perdere di vista il lato umano di questa crisi. E non dovremmo mai perdere di vista neanche i bambini coinvolti. Proteggerli è un dovere”, ha detto Poirier. Nel mondo un bambino su 10 vive in un paese colpito da conflitti armati, e più di 400 milioni di minorenni vivono in condizioni di povertà estrema. A meno che non si affrontino come priorità globali queste cause alla base della migrazione, continuerà un movimento interminabile di bambini in cerca di una vita migliore. Investire sui bambini e sui giovani, soprattutto quelli più vulnerabili, deve essere una priorità per affrontare il ciclo di povertà e dei conflitti che sta spingendo così tanti individui a lasciare le loro case.

Il piano dell’UNICEF in 7 punti per i bambini migranti e rifugiati:

1. I bambini devono essere protetti contro il traffico e lo sfruttamento. 2. In nessun caso lo status di rifugiato o migrante per i bambini può essere causa di detenzione. 3. I bambini non devono essere rimandati nei paesi di provenienza, se corrono pericoli di rischi e di morte. 4. I bambini devono avere accesso a servizi quali la sanità e l’istruzione. 5. I bambini non accompagnati o separati devono essere protetti in modo particolare. Il ricongiungimento familiare, laddove opportuno, è spesso il modo migliore per farlo. 6. Il superiore interesse del minorenne deve essere la primaria considerazione in ogni decisione che riguarda il bambino. 7. Devono essere stabiliti percorsi globali legali sicuri e sostenibili per la migrazione.

PRINCIPI FONDAMENTALI

L’interesse superiore del bambino dovrebbe essere una considerazione primaria in qualunque decisione che lo riguardi. Indipendentemente dal loro status di migranti, i bambini sono bambini. I loro diritti sono sanciti dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia, di cui tutti i paesi europei sono parte. Ogni richiesta di asilo o di altre forme di protezione umanitaria da parte di un bambino dovrebbe essere presa in considerazione nel merito e in modo sensibile all’età e al genere. Le richieste di asilo andrebbero valutate nel merito anche quando i bambini le avanzano insieme ai loro genitori. L’elaborazione delle richieste di asilo da parte dei bambini dovrebbe essere prioritaria, e le richieste di asilo andrebbero valutate nel giro di tre mesi. Il diritto di impugnare la decisione va garantito, e ai bambini dovrebbe essere consentito rimanere in Europa e ricevere assistenza legale durante tale processo.

Nessun bambino dovrebbe essere detenuto a causa dello status di migranti dei suoi genitori o tutori. Si devono mettere in atto con urgenza alternative alla detenzione o alle strutture chiuse, come case famiglia, sistemazioni indipendenti supervisionate e obblighi di notifica.

Il principio di “non-respingimento” proibisce di rimandare una persona in un paese in cui rischia persecuzioni e gravi violazioni dei diritti umani. Secondo questo principio, i bambini non possono essere rimandati indietro se corrono rischi di tortura, detenzione, reclutamento forzato, matrimonio infantile, mutilazione genitale femminile, traffico di esseri umani o sfruttamento. Vanno prese ulteriori precauzioni in considerazione non soltanto dei rischi, ma anche dell’interesse superiore del bambino, accertandosi che ci siano le condizioni per il suo sano sviluppo. Si dovrebbe compiere ogni sforzo possibile per riunire i bambini non accompagnati con le loro famiglie in Europa quando ciò rientra nel superiore interesse del bambino, tenendo conto che i legami familiari di molti di questi minorenni vanno oltre la rigida definizione della legge europea. Finché sono non accompagnati o separati, i bambini dovrebbero poter beneficiare di un tutore professionista che si occupi del loro benessere, del loro superiore interesse e della loro rappresentanza legale. Ogni bambino dovrebbe aver accesso a servizi di base, tra cui l’assistenza sanitaria, gli impianti igienici e l’istruzione, ed essere protetto dal traffico di esseri umani e dallo sfruttamento, in linea con le leggi internazionali ed europee.

COSA STA FACENDO L’UNICEF

L’UNICEF è attivo in tutti i paesi che migranti e rifugiati stanno lasciando, nei quali lavora per proteggere i bambini dalla brutalità dei conflitti, per affrontare le disuguaglianze e per offrire opportunità eque nella vita a tutti i bambini, e soprattutto ai più svantaggiati. Fornisce ai bambini servizi salvavita come l’acqua, impianti igienici e l’assistenza sanitaria, oltre all’istruzione e alla protezione dell’infanzia. L’UNICEF sta rispondendo alla crisi attraverso un approccio globale che comprende protezione dei diritti, assistenza tecnica ai governi, sviluppo delle competenze e fornitura di aiuti in Turchia, Grecia, ex Repubblica Iugoslava di Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia e Germania, e ha ufficializzato degli accordi per estendere il suo sostegno operativo a bambini e donne in Italia.

Tra le altre cose, l’UNICEF lavora con governi e partner, Unione Europea compresa, per migliorare gli standard, i sistemi di protezione dell’infanzia, le politiche e le pratiche affinché il superiore interesse del bambino costituisca l’unico principio fondamentale nella gestione di casi complessi di protezione dell’infanzia. Ha offerto sostegno a bambini e famiglie lungo gli itinerari che portano alle loro mete finali. Ha istituito angoli per le madri e i loro piccoli, nonché spazi a misura di bambino in cui i minorenni che si spostano possano avere l’opportunità di riposare, giocare, ricevere sostegno psicologico, accedere a servizi specializzati di protezione dell’infanzia e beneficiare di collocamenti in strutture sanitarie. In seguito all’accordo tra UE e Turchia e alle chiusure di frontiere che comporta, l’attenzione in Grecia e sui Balcani si è spostata verso i programmi per le popolazioni rimaste bloccate con bisogni più a lungo termine come la salute, la nutrizione e l’istruzione. Ha contribuito a formare il personale di primo intervento, gli assistenti sociali e le controparti governative affinché siano in grado di affrontare questioni di protezione dell’infanzia. Contribuisce alla fornitura di aiuti, compresi materiali per i ricoveri, abiti e culle per bambini. Sostiene la promozione e la protezione dei diritti di tutti i bambini rifugiati e migranti senza discriminazioni in base al loro status di migranti o a quello dei loro genitori. Monitora la situazione dei diritti dell’infanzia e l’impatto di nuove politiche e pratiche. Lavora con le comunità ospiti per affrontare la xenofobia e per promuovere l’inclusione sociale.

FATTI IN BREVE:

Arrivi via mare nel 2015: 1.015.078, compresi 265.388 bambini. Arrivi via mare tra il 1 gennaio e il 4 giugno 2016: 206.199, di cui il 35% sono bambini.

Richieste di asilo in Europa nel 2015: totale 1.392.655, tra cui 405.955 da parte di bambini, 95.970 dei quali non accompagnati. Richieste di asilo in Europa tra gennaio e aprile 2016: 348.580 in totale, 95.080 da parte di bambini.

Morti in mare nel 2015:

Nel Mediterraneo centrale: 2.892, nel Mediterraneo orientale: 806, nel Mediterraneo occidentale: 72.15 Morti in mare tra gennaio e maggio 2016: nel Mediterraneo centrale: 2061, nel Mediterraneo orientale: 376, nel Mediterraneo occidentale: 6.16

Alcuni dei paesi d’origine di rifugiati e migranti 

Siria

Cinque anni di conflitto hanno colpito gravemente i bambini. Secondo le stime ne sono interessati 8,4 milioni, pari a più dell’80% della popolazione infantile della Siria, all’interno del paese o come rifugiati nei paesi limitrofi. Da quando è cominciato il conflitto, cinque anni fa, sono nati 3,7 milioni di bambini siriani, e le loro vite sono state plasmate dalla violenza, dalla paura e dagli sfollamenti. Minori di appena sette anni vengono reclutati da forze e gruppi armati. Più di 15.500 bambini non accompagnati e separati hanno attraversato i confini della Siria. Secondo le stime dell’UNICEF, più di 2,1 milioni di bambini all’interno della Siria, oltre a 700,000 nei paesi vicini, sono fuori dalla scuola.

Afghanistan

Circa 35 anni di conflitti protratti, associati a disastri naturali, hanno avuto gravi ripercussioni sulla sopravvivenza e sul sostentamento degli afghani, soprattutto bambini e donne. Si stima siano interessate dal conflitto più di 8 milioni di persone, tra cui 4,6 milioni di bambini. Nel 2015, sono stati uccisi o feriti in seguito alle violenze più di 2.800 bambini, pari a circa un quarto di tutte le vittime civili. Dei minori sono stati anche reclutati, perlopiù da gruppi armati ma anche dalla polizia e dall’esercito.17 Nelle zone non controllate dal governo, molti bambini non hanno accesso a servizi sanitari di base, mentre la copertura del trattamento per la malnutrizione acuta è pari solo al 30%

Iraq

Anni di violenze e conflitti hanno lasciato circa 10 milioni di iracheni, pari a un terzo della popolazione totale, bisognosi di assistenza umanitaria. Quasi la metà di loro è costituita da bambini. Circa 3,2 milioni di persone sono sfollate all’interno del paese, e molte hanno bisogno di alloggi, cibo, carburante, servizi medici e accesso ad acqua potabile e a impianti igienico-sanitari sicuri. Mentre la violenza continua ad aumentare nel paese, sono stati riferiti esecuzioni di massa, violenze in base al genere (comprendenti stupri e torture) e impieghi di bambini come scudi umani.

Nigeria

Quasi metà della popolazione vive in povertà,18 in gran parte nel nord del paese . La Nigeria ospita il maggior numero di spose bambine di tutta l’Africa, con 23 milioni di bambine e donne sposatesi durante l’infanzia. L’insurrezione del Boko Haram ha fatto scappare dalle loro case più di 2,3 milioni di persone, compresi 1,3 milioni di bambini, in Nigeria e nei paesi limitrofi. I bambini vengono uccisi, mutilati e rapiti. Nel 2015, 44 bambini, perlopiù di sesso femminile, sono stati usati in attacchi suicidi in Nigeria e nei paesi vicini. I ragazzi vengono costretti ad attaccare le loro famiglie per dimostrare la propria fedeltà a Boko Haram, mentre le ragazze sono esposte a gravi abusi, tra cui violenze sessuali e matrimoni forzati con i rivoltosi. Più di 670.000 bambini vengono privati dell’istruzione. È stato altresì riferito di bambini detenuti in seguito a operazioni di contro-terrorismo.

Somalia

Più di due decenni di conflitti, insicurezza e siccità hanno lasciato 4,9 milioni di persone, su una popolazione di 11 milioni, bisognose di assistenza umanitaria per la sussistenza. La maggior parte di queste persone si trova nel sud lacerato dai conflitti, dove le condizioni di insicurezza impediscono gli interventi umanitari. Nel nord, la siccità ha lasciato le comunità sull’orlo del disastro. Più di 300.000 bambini sotto i cinque anni sono affetti da malnutrizione acuta, fino a 5.000 bambini potrebbero essere attualmente arruolati da gruppi armati, e 1,7 milioni di bambini sono fuori dalla scuola. Più di 2 milioni di somali rimangono sfollati nella regione, compresi 1,1 milioni nel loro paese e 967.000 come rifugiati nei paesi vicini.

La Repubblica Islamica del Gambia

La Repubblica Islamica del Gambia, uno dei paesi più piccoli dell’Africa, patisce condizioni d’insicurezza alimentare cronica. I tassi di povertà elevati, vicini al 50%, lasciano la popolazione particolarmente vulnerabile ai disastri che spesso colpiscono questo paese a basso reddito: siccità, inondazioni, tempeste di vento, infestazioni parassitarie ed epidemie. Secondo le stime, nell’aprile del 2016, 427.000 persone, su una popolazione di 2 milioni, pativa condizioni di insicurezza alimentare. Circa 59.000 bambini soffrivano di forme moderate di malnutrizione acuta, e 11.000 di malnutrizione acuta grave.

VOCI DEI BAMBINI

Peace, 17 anni dalla Nigeria

Rimasta orfana nel 2012 a causa di un incidente d’auto, la 17enne Peace viveva a Benin City, in Nigeria, con una zia povera, che ha deciso di farla sposare con un quarantenne. “Quell’uomo mi ha portato con sé e ha fatto di me la sua ragazza di casa. Al che ho detto a mia zia: ‘È più vecchio di mio padre’, ma lei mi ha detto: ‘Se non lo sposi, ti avvelenerò’. Allora sono scappata. Non mi sono portata dietro nulla, soltanto una maglietta e gli altri abiti che avevo addosso”. Ha raggiunto prima Agadez, nel Niger, un punto di transito per i migranti diretti verso l’Europa. Da lì, i contrabbandieri le hanno fatto attraversare il Sahara fino alla Libia. “Tante persone sono morte nel deserto. Abbiamo visto cadaveri, scheletri”. Peace ha raccontato che, dopo aver finalmente raggiunto Sabrata, un importante punto d’imbarco per raggiungere l’Italia dalla Libia, lei e altri sono stati rinchiusi per giorni in una casa senza finestre. I libici incaricati di controllarci non ci lasciavano uscire. Non c’erano né acqua né cibo a sufficienza, e non potevamo cambiarci gli abiti”, ha raccontato. E ha aggiunto: “All’esterno c’erano dei combattimenti. Sentivo degli spari ed ero sempre spaventata”. Un giorno, ha raccontato la ragazza, tutti hanno cominciato a correre verso una barca dove “delle persone sono morte, alcune per il caldo e altre per il freddo. Altre ancora sono cadute fuori dalla barca”. Attualmente Peace è in attesa di udienza per la sua richiesta d’asilo e risiede presso la Rainbow House, un centro governativo in Sicilia che fornisce alloggio, cibo e assistenza legale ai bambini migranti e rifugiati non accompagnati. Distesa su un letto a castello, ricorda gli orrori del suo viaggio. “Vorrei che la mia amica mi avesse detto quanto è difficile tutto questo. Avrei continuato a soffrire in Nigeria”.

Abubacarr, 16 anni, dalla Repubblica Islamica del Gambia

Abubacarr, 16enne della Repubblica Islamica del Gambia, spera di diventare un calciatore professionista. Al momento risiede presso un centro governativo per i bambini non accompagnati in Sicilia. Gli ci sono voluti otto mesi per arrivarci. “Ho trascorso tanto tempo in viaggio”, dice, “perché non avevo soldi. Partivo, poi mi fermavo, ripartivo e mi rifermavo”. Dopo la morte del padre nel 2009, la sua famiglia ha fatto fatica a sbarcare il lunario. “La nostra famiglia ha sofferto dopo la morte di mio padre… da quando è morto lui non ho più potuto frequentare la scuola, e spesso non potevamo neanche permetterci di comprare del cibo”. Alla fine, Abubacarr ha deciso di tentare la fortuna in Europa ed è partito senza dire nulla a sua madre. “Sono semplicemente partito con i miei vestiti sulle spalle. Avevo sentito dire che nei posti di blocco, e soprattutto al confine libico, ti prendevano tutto quello che avevi. Se avessi potuto portare qualcosa, avrei portato i miei scarpini da calcio e la mia felpa”. Il viaggio per via di terra lo ha condotto ad attraversare Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger, fino a raggiungere la Libia. “Ho viaggiato senza passaporto, con soltanto una carta di vaccinazione. Ho attraversato i confini, ma non mi hanno mai chiesto un documento d’identità, soltanto soldi. I prezzi erano diversi: in Burkina il passaggio costava 15.000 franchi africani (pari a 25 dollari USA), in Mali 20.000 franchi africani (30 dollari)”. Poi ha trascorso quattro mesi in Libia dove dice che “era molto difficile sopravvivere. Uccidevano la gente e io ho sofferto per quattro mesi”. Abubacarr, che all’epoca aveva 15 anni, dice di aver fatto vari lavoretti, tra cui il muratore e il lavapiatti. “Ho lavorato in Libia finché non sono riuscito a racimolare 550 dinari (395 dollari USA), dopodiché ho preso una barca. Su tutte le barche era molto pericoloso. Eravamo stipati molto stretti tutti insieme. Quando mi sono imbarcato la prima volta mi hanno catturato e mandato in prigione. Però sono scappato e ho preso una seconda barca, e stavolta siamo stati salvati dai militari norvegesi. Ci hanno dato cibo, acqua e abiti nuovi… Quando ho telefonato a mia madre, dopo cinque mesi, le ho detto: ‘Sono in Italia’, e lei non mi credeva. Piangeva e gridava. Tante persone arrivano in Libia per poi sparire, e le famiglie non ricevono più notizie da loro. Perciò mia madre pensava che fossi morto. Ho cominciato a piangere quando ho sentito la sua voce. Ero così felice e triste al tempo stesso”, dice, e aggiunge: “Sono venuto in Europa e ho lasciato l’Africa”.

Sajad, 15 anni dall’Iraq

“Ho pensato che saremmo morti in mare durante il viaggio”, dice il 15enne Sajad Al-Faraji. “Adesso però”, aggiunge, “ogni giorno le cose vanno bene in confronto a quell’esperienza”. Sajad e la sua famiglia hanno lasciato l’Iraq l’anno scorso, e sono riusciti ad arrivare in Austria a novembre, dopo un viaggio lungo e difficile sul Mediterraneo e attraverso i Balcani. Ora stanno tutti a Vienna, in un ospedale abbandonato che ospita migliaia di migranti e rifugiati in attesa dell’elaborazione delle loro richieste d’asilo. “Siamo stati alla polizia, dove ci hanno preso le impronte digitali e ci hanno dato una carta bianca e una verde”, dice Houda, sorella 25enne di Sajad. “La carta verde è per gli ospedali e la scuola, e quindi è molto utile, mentre quella bianca significa che non ci hanno rifiutato, e quindi è un’ottima carta. Ora stiamo aspettando una lettera dalle autorità per un colloquio”. A Sajad piacerebbe molto andare a scuola come suo fratello, il 14enne Zein, che ha insistito per quattro mesi prima di essere ammesso, alla fine, a delle lezioni di lingua. Qualche mese fa Sajad, paralizzato dalla vita in giù sin da piccolo, è caduto da una sedia e si è spezzato una gamba; perciò ha dovuto trascorrere le sei settimane successive in un ospedale. Dice che la caduta è stata ancor più frustrante perché proprio in quel momento c’era la possibilità di entrare in una scuola specializzata nei bambini con disabilità. “Voglio imparare la lingua del posto e trovare una soluzione medica per le mie gambe. Il mio sogno è quello di riuscire a camminare”.

Ibrahim, 17 anni, dall’Afghanistan

Orfano 17enne, Ibrahim22 dice di aver compiuto lo straziante viaggio fino in Grecia per realizzare il suo sogno. “Voglio soltanto imparare a leggere e a scrivere… Questa è la mia priorità”. In Afghanistan, dove viveva con uno zio che lo faceva lavorare nella sua fonderia di ferro, non ha mai avuto la possibilità di frequentare la scuola. E aggiunge che “la vita laggiù era difficile a causa della guerra. Perciò volevo cambiar vita, andare da qualche altra parte, frequentare la scuola”. Dice che gli ci sono voluti diversi mesi per raggiungere la Grecia. Lungo la strada, è stato derubato e lasciato per giorni senza cibo né acqua da dei contrabbandieri che lo hanno trasportato per parte del viaggio, e ha attraversato diversi passi montuosi, di nuovo senza cibo né acqua. Ora, seduto su una panchina nel porto del Pireo ad Atene, dice che “le cose vanno molto meglio, e spero di riuscire ad andare a scuola”. Al momento dell’intervista, Ibrahim si trovava in Grecia da quattro mesi e riceveva aiuti dal partner locale dell’UNICEF Solidarity Now, che offre consulenza legale ai migranti e li guida nelle procedure per la richiesta di asilo. Quando gli è stato chiesto che consiglio avrebbe dato ad altri bambini intenzionati a intraprendere un viaggio come il suo, ha dichiarato: “Non consiglierei a nessuno di fare quel che ho fatto io. Tanti bambini muoiono o patiscono ferite terribili lungo la strada. L’ho visto con i miei occhi. Il viaggio è stato troppo pericoloso”.

Jannat, 7 anni, dalla Siria

Jannat, 7 anni , ha bei ricordi della sua città natale assediata in Siria. “Ho amato vivere ad Homs”, ha detto. “Ho amato mia nonna che viveva lì … mi manca molto”. La nonna è morta – secondo la famiglia a causa dello stress causato dai pesanti combattimenti a Homs. ma Jannat che con i genitori e i fratelli è fuggita prima in Libano e, poi in Germania, rimane ottimista. “Ciò che rende la nostra famiglia speciale è che ci arrendiamo difficilmente e siamo sempre in grado di trovare gli aspetti positivi, ” la mamma di Jannat, Amira Raslan ha aggiunto con un sorriso. “Mia figlia, a prescindere dalle condizioni in cui ci troviamo, vuole sempre andare a scuola, studiare con profitto e un giorno diventare medico. Crediamo veramente nella speranza, nonostante i problemi, e ci sentiamo tutti in questo modo – soprattutto i bambini. Sono nati in e cresciuti in terribile condizioni, in guerra, ma ancora … sognano. “Jannat, suo fratello gemello, un altro fratello di 4 anni e i loro genitori sono arrivati a Germania nel dicembre 2015 dopo aver attraversato il Mediterraneo e i Balcani. I genitori di Jannat hanno fatto del loro meglio per aiutare I bambini ad affrontare le difficoltà del viaggio. “Abbiamo voluto rendere ogni luogo speciale, scattando fotografie “, dice Amira. “Abbiamo superato più di un confine e un giorno diremo ‘Oh guarda le foto! Questa l’abbiamo scattata in Serbia”.

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