Articolo di Alice Zampa

È stata un’aula gremita e attenta quella che lunedì 6 giugno ha accolto all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Rigoberta Menchú Tum. Leader indigena guatemalteca di origine maya, nel 1992 ha vinto il Premio Nobel per la Pace in virtù dei suoi sforzi per la giustizia sociale e la riconciliazione etno-culturale basata sul rispetto per i diritti delle popolazioni indigene.

Cultura maya e rispetto dell’ambiente

A portarla nell’ateneo milanese la conferenza dal titolo La cultura maya y el respeto del medio ambiente, promossa dal Dipartimento di Scienze linguistiche e letterature straniere, e fortemente voluta dal professor Dante Liano, docente di Lingua e letterature ispano-americane.

Tantissime le tematiche affrontate nel corso dell’evento: dal concetto della complementarietà della vita (“quella tra cosmo e Terra e quella che fa sì che nessuno possa trionfare senza l’altro”), alla connessione che ci lega alla nostra Madre Terra, dal cancro che il materialismo e il consumismo generano sulla società, all’importanza del rispetto dei popoli e delle minoranze etniche. Questi i punti chiave dell’impegno civile e sociale esemplare portato avanti dal premio Nobel dall’età di 16 anni, ovvero da quando fu costretta a scappare da Chimel, villaggio ai confini del mondo, sulle montagne del Guatemala.

Chi è Rigoberta Menchú Tum

Una storia durissima quella della Menchú, cresciuta durante la guerra civile che insanguinò la sua terra, portandole via brutalmente, nel corso degli anni Ottanta, quasi tutta la famiglia, perseguitata in quanto appartenente alle Comunità di base cattoliche. Bruciato vivo il padre, uccisa e esposta a cielo aperto la madre, assassinati dall’esercito due fratelli. Questa la terribile sorte toccata a loro e a molti altri, uccisi per mano di carnefici oggi accusati di genocidio contro la popolazione maya.

Un destino terribile che però Menchú ha saputo ribaltare e prendere in mano, dando vita a quello che oggi appare quasi come un miracolo che l’ha trasformata in una paladina internazionale dei diritti umani e civili. Una testimonianza vivente di cosa possa generare “la forza della parola pacifica che è anche ribellione”, come sottolineato durante la conferenza milanese dal professor Liano, che ha affermato: “Con la sua qualità di spirito e la sua forza d’animo Rigoberta ha saputo ribellarsi a un destino atroce, rispondendo con il perdono e la ricerca della giustizia.”

Dopo la fuga a piedi da Chimel, insieme alla sorella, la Menchú trovò accoglienza in Messico, da parte del vescovo Samuel Ruiz nella parrocchia di San Cristóbal Las Casas, in Chiapas. Chiamata a raccontare e denunciare la situazione del Guatemala ai prelati della Conferenza episcopale messicana la giovane guatemalteca analfabeta lasciò tutti a bocca aperta, dimostrando un eccezionale carisma naturale e una forza spirituale che segnarono per lei l’inizio di un lungo cammino. Cammino che l’avrebbe portata a “vincere un esercito” con il solo potere delle  parole, partecipando attivamente anche alla Commissione che stabilì faticosamente la fine delle ostilità in Guatemala.

Nel 1992 il riconoscimento più alto con il Nobel per la Pace, impulso in seguito al quale, l’anno successivo, la Menchú poté dare vita alla sua Fundación Rigoberta Menchú Tum (FRMT), che promuove attività in favore della difesa dei diritti umani, della pace e dello sviluppo sostenibile.

L’impegno civile

E proprio la tematica dello sviluppo sostenibile e dei mali che minacciano l’ambiente è stata al centro della conferenza milanese, durante la quale la leader guatemalteca ha ripercorso alcuni degli insegnamenti della cultura maya, usando un linguaggio tanto semplice quanto incisivo. “Gli uomini hanno perso la coscienza del loro profondo legame con la natura”, ha spiegato a un pubblico composto in larga parte da sudamericani. “La Terra ci dà tutto. Ci dà l’ossigeno che ci serve fin dal primo istante in cui veniamo al mondo. Nessuna scienza può negare che la nostra medicina venga direttamente dalla Terra”. Verità limpide e innegabili che la nostra società ha però da tempo perso di vista.

Surriscaldamento climatico ed emergenza idrica sono stati alcuni dei punti toccati dalla Menchú: “Noi siamo fatti di acqua e assorbiamo energia dalla Terra e tutti gli elementi sono fondamentali. Secondo la cultura maya persino il concepimento di una nuova vita è dato dall’allineamento tra l’organismo della donna con la Luna e la Terra.” A minacciare pesantemente la nostra società, per il premio Nobel, sono soprattutto il materialismo, il consumismo e l’individualismo che imperano: “L’essere umano è la creatura più prodigiosa del creato, ma è anche la più vulnerabile. E’ l’unica che si ammala spiritualmente e socialmente. Questo significa che l’infermità di uno influenza chi gli sta accanto. Siamo tutti interconnessi”.

Un particolare appello è stato poi rivolto dalla leader guatemalteca agli accademici: “La scienza, in ogni sua forma, sia sempre a favore e non contro la vita, l’educazione sia sempre costruttiva e non distruttiva”.

Le battaglie

Cruciali nel discorso della Menchú sono state, come sempre, le parole “perdono”, “umiltà” e “rispetto per i popoli”, considerate dalla donna armi insostituibili per vincere l’odio e qualunque tipo di scontro civile: “Ognuno di noi deve impegnarsi a vivere una vita utile, cercando di fare la differenza ogni giorno”.

Un impegno che la Menchú ha portato sempre avanti concretamente, seguendo da vicino tante battaglie: “Negli ultimi trent’anni è stato fatto un grandissimo lavoro per denunciare i delitti dell’umanità, come l’orrore dei bambini armati dal terrorismo e la schiavitù sessuale.” Accanto al concetto di perdono la leader guatemalteca accosta, infatti, sempre e con forza il concetto di denuncia e di giustizia penale: “Ci sono tante donne che da vittime diventano eroine denunciando le violenze subite, perché condannando questi delitti ne prevengono altri.”

E, infine, una dichiarazione per certi versi spiazzante, in grado di dimostrare la profonda spiritualità di Rigoberta Menchú: “Ricordiamoci che quelli che stanno al di là della barricata del male non sono robot, sono persone. Appelliamoci a loro come persone”.

Una conferenza diventata per tutti una lezione di grande umanità.

Link source