Articoli di Leonardo Cavaliere

Mercoledì 1 giugno. “E domani si parte”

Da oggi, ho il piacere di ospitare il reportage di attivisti per i diritti dei migranti che partiranno da Bergamo alla volta di Calais e della  Grand Synthé per capire e testimoniare la situazioni dei due campi nel cuore d’Europa, ma soprattutto per incontrare la speranza e la voglia di libertà delle tante donne, dei tanti minori e uomini desiderosi di raggiungere il loro sogno. Sul blog verrà pubblicato giornalmente il “diario di viaggio”. Leonardo Cavaliere Domani partiamo per Calais e la Grand Synthé perché siamo in un momento storico che non ci permette di guardare oltre, di far finta di niente. Andiamo per incontrare persone che vivono con la speranza di raggiungere Dover, l’Inghilterra, nonostante siano fermi in condizioni davvero difficili da mesi, alcuni anche da anni. Andiamo per conoscere quella rete di servizi che ruotano attorno a queste persone costrette a vivere in una tenda. Partiamo perché siamo un gruppo di adulti e giovani (siamo di Bergamo) che da diverso tempo si sta informando e sta cercando di capire le situazioni che migliaia di migranti e profughi stanno vivendo. Siamo andati a Lampedusa, per ascoltare i racconti degli abitanti di quell’isola, la porta d’Europa, capaci da soli di accogliere centinaia di migranti; siamo andati a Idomeni, per conoscere gli uomini, le donne e i bambini bloccati sul confine greco. Anche nel nostro territorio abbiamo cercato di “aprire i nostri confini”: l’amministrazione comunale, insieme con la Caritas delle parrocchie, ha deciso di ospitare 5 ragazzi profughi (4 del Gambia e 1 del Senegal). È molto bello vedere come la comunità si sta muovendo: anche solo un invito a pranzo è diventato un enorme gesto di solidarietà. Sono diversi, ma sempre pochi, i comuni bergamaschi che si stanno mobilitando per poter ospitare profughi nel proprio paese. Prima di giungere a Calais, ci fermeremo al Parlamento Europeo a Bruxelles, per incontrare l’On. Barbara Spinelli molto attenta al tema dei migranti. Arrivati nella città francese, incontreremo una serie di associazioni che ci daranno una mano a capire la situazione attuale, come Medici Senza Frontiere, le municipalità, l’associazione Salam e Secours Catholique, ma soprattutto i volti e le storie di coloro che lì attendono con speranza di portare a termine il loro progetto migratorio.

Giovedì 2 giugno. “Chi siamo. Bruxelles. Tomorrow England”

Oggi siamo partiti.

Prima di raccontare del nostro viaggio, è meglio raccontare chi siamo noi. Siamo un gruppo molto eterogeneo, un gruppo che ha vissuto delle esperienze diverse: vi sono due sacerdoti che da anni si stanno battendo per i diritti dei migranti, due educatrici che sono a contatto con 4 coppie di migranti, un assessore ai servizi sociali la cui amministrazione sta ospitando 5 ragazzi profughi, una ragazza universitaria che sta scrivendo la tesi sulla situazione di Calais e altre persone che sono interessate alla tematica della migrazione e che grazie a questa esperienza vorrebbero approfondirla.

Prima tappa: Bruxelles. Dopo aver preso due pullmini e dopo aver pranzato, siamo arrivati all’Europarlamento. Qui ci ha accolto Chiara de Capitani, assistente dell’On. Barbara Spinelli (rappresentante del partito politico dei Socialisti), che si occupa di asilo politico, migrazione e terrorismo. Dopo una breve descrizione del nostro gruppo, le abbiamo iniziato a parlare della nostra storia. In modo particolare, le abbiamo riferito del nostro progetto di accoglienza di 5 giovani profughi all’interno del nostro comune: i ragazzi si troveranno molto presto con un terzo diniego, il quale li renderà invisibili, illegali, dei veri e propri clandestini. “Come ci dobbiamo comportare? Come deve agire il Comune sapendo che avrà degli irregolari all’interno del proprio territorio?”: sono domande a cui il Questore e il Prefetto non hanno saputo rispondere e speravamo che la giurisdizione europea potesse colmare questi nostri interrogativi. Purtroppo non è così: la giurisdizione europea non ha voce in materia, la tematica del “dopo” è di competenza statale. Dato questo problema la domanda sorge spontanea: che potere ha l’UE? O meglio ancora, esiste un’UE politica? Probabilmente no. L’Unione europea è nata ed è rimasta tutt’ora come un trattato economico ma non ha ancora trovato una stabilità ed un equilibrio politico. La sua gestione è in mano a grandi potenze, come l’Inghilterra, la Francia e la Germania. Chiara ci diceva che su questione economiche (come l’agricoltura, la pesca, la caccia…) il parlamento si trova pienamente coeso, cosa che non succede in temi politici come quelli della migrazione. Quanto i problemi che si discutono in Europarlamento sono problemi del popolo? Abbiamo sentito il Parlamento molto distante e lontano da noi, non capace di risolvere problemi con cui noi abbiamo a che fare quotidianamente. È un’istituzione molto giovane (le prime elezioni sono state effettuate nel 1976, ha quindi 30 anni) ma già incapace di risolvere queste problematiche. L’UE è una neonata fragile e insicura, che ha ancora bisogno di essere allattata e accudita. Tuttavia Chiara, in un contesto così disastroso, ci ha dato un segno di speranza: continuiamo a lottare nella nostra piccola società civile, continuiamo a far politica, continuiamo a fare quello in cui crediamo.

Nel pomeriggio inoltrato ci siamo diretti a Calais, dove abbiamo incontrato Claire, segretaria dell’associazione Salam (acronimo di “sosteniamo, aiutiamo, lottiamo e agiamo per i migranti”). Salam si occupa di offrire i bisogni primari (cibo, vestiti, acqua, doccia e toilettes) ai migranti  del campo di Calais e di Dunkerque che stanno attendendo di oltrepassare la Manica per raggiungere Dover. Ci ha colpito moltissimo la tenacia, la passione e la grinta della volontaria: una vita passata in aiuto di questi uomini e di queste donne, perché, come afferma lei stessa: “credo nell’umanità. Siamo tutti esseri umani”.

Calais non ospita migranti da qualche annetto, ma ha una grande storia di migrazione. Nel 1999 il partito socialista ha deciso di accogliere in strutture più organizzate e umane tutti i migranti, i quali erano arrivati intorno ai 500. Nel 2002 il numero si è triplicato (più di 1500): Sarkozy, allora ministro degli interni, tuttavia, ha deciso di togliere tutte le tende, pensando così di eliminare il problema della migrazione. Ma ovviamente i migranti sono rimasti e si sono accampati nelle dune, sotto gli alberi, nella miseria. Nel 2015 si è ottenuto una grande vittoria politica: lo stato ha riconosciuto la disastrosa situazione nella quale centinaia di uomini e di donne erano costretti a vivere ed ha pensato di muovere qualcosa. È stato aperto il centro “Jules Ferry”, il quale offre una colazione, un pranzo, una presa della corrente per poter ricaricare il cellulare, toilettes e delle docce.

Ovviemente i migranti all’interno del campo di Calais non sono lì per rimanervici, il loro obiettivo è la città di Dover. Il loro mezzo di trasporto attraverso il quale raggiungerla è il camion. In media le persone rimangono nei campi per un massimo di 6/7 mesi, poi riescono (non si sa in quale condizione) a raggiungere l’altra costa della Manica. Non si fermano mai, sono in continuo movimento. Il loro obiettivo è l’Inghilterra e il loro motto è “Tomorrow England”.

Venerdì 3 giugno. “Anyway we have hope”

Secondo giorno di viaggio. Entriamo per la prima volta nel campo di Grande Synthe, comune della città di Dunkerque, grazie all’aiuto di Hortense, operatrice di Medici Senza Frontiere (MSF). Il campo è il frutto di una proficua collaborazione tra il Comune di Grande Synthe, Damien Carème, e MSF.

Da giugno 2015 a settembre 2015 il numero dei migranti è aumentato in maniera esponenziale, da 700 a 2800. Il comune ha deciso di agire, ha capito che era il momento di soccorrere quei migranti che dormivano sotto le piante, che erano costrette a camminare nel fango più profondo. Ha deciso quindi di rivolgersi allo stato: è possibile avere dei finanziamenti per costruire un campo in cui i migranti possano avere accesso all’acqua, al cibo e all’elettricità? Lo Stato non solo non ha offerto questo finanziamento, ma ha anche proposto di cacciare via tutti quei migranti, in quanto irregolari. La municipalità non riusciva a sopportare questa distinzione così discriminatoria tra cittadini regolari e i clandestini: siamo tutte persone e in quanto persone abbiamo dei diritti. Il comune ha deciso, quindi, di continuare con il suo progetto: il sindaco ha chiesto una mano a MSF per la realizzazione di questo campo. Il 12 gennaio sono partiti i lavori e sono terminati due mesi dopo circa. Il costo totale della struttura è di 3 milioni e mezzo (1 milione e mezzo del comune e 2 milioni di MSF). MSF e il comune hanno deciso di adottare una politica del “Free Entry”: tutti possono entrare liberamente, non ci sono state né perquisizioni né richieste di lasciare le impronte. Tutti si devono sentire accolti. Accesso libero vuol dire anche che molte associazioni e molti privati possono entrare per aiutare i migranti: distribuiscono beni di prima necessità e forniscono un valido aiuto psicologico, soprattutto alle persone che hanno delle gravi ferite che hanno bisogno di parlare e di raccontarsi.

Quando siamo entrati, il campo era vuoto e spento: “dove sono le persone?” ci siamo chiesti. “Stanno dormendo nelle tende” ci ha risposto Hortence. Eppure non siamo entrati di notte, era intorno alle 10. “Stanno dormendo perché come ogni notte cercano di salire sui camion per poter raggiungere l’Inghilterra”, ci spiega Hortense dopo aver visto le nostre facce stranite. Elena, una volontaria italiana che adopera presso la scuola del campo, ci ha spiegato: “Un giorno è entrata una bambina. Puzzava tantissimo di alcol. Sicuramente l’hanno sedata, per poterla far dormire e riuscire dunque a salire sul camion”.

Dopo quest’esperienza così forte e toccante, siamo andati a trovare un collaboratore del sindaco di Grande Synthe, Philippe Druesne, che ci ha spiegato la storia del comune e come questa ha influito sulla costruzione del nuovo campo. Dunkerque ha una popolazione migrante da anni, in quanto 2 o 3 generazioni fa chi ci abitava era proveniente da paesi stranieri (circa il 98%). Questo ha facilitato molto l’accettazione della popolazione dei migranti e la successiva costruzione del nuovo campo. Non ci sono mai stati grossi litigi o manifestazione nei loro confronti, ma accettazione e tolleranza. Questo ovviamente non è avvenuto a Calais, dove un’amministrazione estremamente conservatrice ha favorito la chiusura mentale e la non-accettazione dei migranti; anzi, vengono ritenuti dei criminali, se non dei terroristi. La paura più grande è che questa ghettizzazione (del campo di Dunkerque, ma anche e soprattutto del campo di Calais) si trasformi in discriminazione e violenza.

Dopo un panino veloce, siamo andati a trovare l’associazione “Secours Catholique”, la Caritas Francese. Ci hanno ospitato non solo gli operatori, ma anche un ventina di migranti che ci hanno accolto con grande gioia. È stato bello avere uno scambio di idee, di informazioni e di attività che noi a Bergamo e loro a Calais compiono di fronte al tema della migrazione.

La Giungla, così viene denominata il campo di Calais, contiene 4000 migranti. Il compito principale di Secours Catholique è l’assistenza primaria (distribuzione di coperte, vestiti, beni alimentari) e consulenza psicologica. Inoltre, offrono consulenza a tutte le persone che vogliono richiedere l’asilo in Francia: danno consigli su ciò che c’è da fare e, quando è necessario, fanno anche da mediatori tra gli avvocati (in tutto sono 10) e i migranti richiedenti asilo. Secours Catholique, inoltre attua un progetto denominato “Famille d’accueil”: intorno al territorio di Calais ci sono circa 100 famiglie disposte ad ospitare per un breve periodo migranti che hanno bisogno di allontanarsi dalla Giungla. Oltre a queste famiglie la Caritas francese offre un centro d’accoglienza per persone che hanno bisogno di riflettere sul proprio futuro. L’intento principale di queste attività è di fare famiglia, di collaborare e di rimanere uniti anche nelle difficoltà.

Il pomeriggio si è concluso con l’intervento di qualche giovane migrante, che hanno espresso la loro immensa gratitudine per quello che facciamo, ma ha lamentato come noi fossimo dei pesciolini in un oceano immenso: la realtà che hanno visto in Italia non è frutto di ospitalità, di cura e di accoglienza, anzi, di violenza da parte della polizia e assenza di assistenze mediche. È stato molto toccante osservare come la passione e la solidarietà dominassero questi scambi di esperienze. Nessuno sembrava arrabbiato: un clima di rispetto e di accettazione reciproca era alla base di ogni intervento. Dopo aver ascoltato con grande attenzione gli operatori di Secours Catholique, siamo entrati nella Jungle.

La differenza con il campo di Grande Synthe è palese: l’ambiente è molto più dinamico, movimentato; nessuno era fermo. Troviamo inoltre la presenza di molte attività commerciali: si è costruita una città all’interno della città. Non solo, vi sono biblioteche, librerie, una chiesa e una moschea. Citando Chiara, l’assistente dell’On. Spinelli: “è incredibile come la resilienza umana funzioni e adoperi in situazioni di completa povertà e miseria”.

Sabato 4 giugno. “Regno Unito: la nuova El Dorado”

Dopo tanti incontri, dopo tante informazioni, abbiamo deciso di agire. Ci siamo divisi in due gruppi, un gruppo è andato al campo di Dunkerque e l’altro alla JungleI nostri compiti erano differenti (chi doveva consegnare i pasti, chi pulire le docce, chi far da mangiare, chi consegnare i vestiti), ma lo scopo era uno solo: cercare di conoscere alcune persone (perché non dimentichiamoci che prima di essere migranti, sono persone) che vivono là; capire la loro situazione, la loro storia e cercare di far strappare loro un sorriso. Abbiamo parlato molto con loro, soprattutto afghani ed eritrei, e abbiamo sentito le loro storie: da chi sta cercando di raggiungere Dover, a chi sta richiedendo asilo in Francia perché stanchi di saltare sui camion, a chi è costretto ritornare in Italia per colpa delle impronte. Abbiamo notato come l’Inghilterra sia venerata: pensano che si possa trovare lavoro in brevissimo tempo, di essere accolti a braccia aperte, di ottenere l’asilo in pochissimo tempo. Insomma, l’Inghilterra è la nuova El Dorado. Confrontandoci rispetto alle varie esperienze, abbiamo capito come la loro vita fosse in fila: in fila per la doccia, per la colazione, per lavare i vestiti, per i pasti. Se di notte cercano di scappare per raggiungere l’Inghilterra, di giorno sono in fila per cercare di ottenere un piatto caldo.

Dopo questa mattinata “lavorativa”, abbiamo incontrato Philippe, creatore del blog “Passeur d’Hospitalité”. Questo blog ha la funzione di informare, di dare una visione differente rispetto a quella che offre già lo Stato. Ciò vuol dire anche documentare gli aspetti che il giornalismo francese tende ad oscurare: la violenza della polizia e le grandi difficoltà amministrative per la richiesta d’asilo. Philippe ci ha raccontato come la situazione migratoria che vive Calais sia molto spesso frutto di una mediatizzazione (così come in Italia): se ne parla quando le notizie fanno più scalpore, dipingendo i migranti come delinquenti; si dipinge una realtà in maniera estremamente superficiale, senza cogliere quelli che sono i meccanismi reali che stanno alla base.

L’intento del blog è quello di avere da un lato un’azione informativa e intellettuale con l’intento di muovere le masse e dall’altro  proporre un’azione pratica e concreta. Questo è anche quello che vogliamo portare a casa da questo incontro: non solo proporre concretezza nelle nostre azioni, ma cercare anche di catturare l’attenzione del popolo civile affinché possa nascere un’azione politica.

Lunedì 6 giugno, ultimo giorno di viaggio. “Accoglienza e integrazione”

Ci incontriamo nella Parrocchia di Saint Pierre con Veronique, una volontaria presso Secours Catholique.

Veronique ci ha raccontato la sua esperienza a contatto con i migranti: ha deciso di aprire le porte della sua casa a coloro che ne avessero bisogno. Ha ospitato molti migranti richiedenti asilo e “irregolari”: si era formato un tacito accordo tra lei e la polizia. Lei però rischia di essere accusata di favoreggiamento all’immigrazione clandestina. “Chi te lo fa fare?”, le abbiamo chiesto. “Io la prima volta che li ho visti, li ho amati tutti indistintamente. Non so perché, ma li ho amati”. Un chiaro esempio di esperienza di Vangelo per la Comunità di Calais, ma anche per tutti noi. Siamo partiti poi per Bruxelles, dove abbiamo incontrato Loredana Marchi, operatrice presso il centro “Foyer”. Il centro di integrazione, che ha una matrice cattolica e protestante, ha due pilastri educativi: la scuola e la formazione delle donne migranti. Tuttavia ci si è resi conto di come la sola educazione alle donne non bastasse: l’emancipazione della donna non faceva altro che creare delle separazioni e dei divorzi all’interno della famiglia. Quello che si sta cercando di creare è anche un posto in cui gli uomini possano provare delle attività “femminili”, come cucinare e cucire, per far loro capire che non esistono mansioni da uomini e mansioni da donne. L’arma attraverso cui si vuole educare è il dialogo. Loredana ci ha lasciati dopo il nostro brevissimo incontro con queste parole: “non imitate il modello educativo di Foyer. Costruitene uno nel vostro territorio secondo le disponibilità e le esigenze del popolo migrante”. L’ultimo incontro prima della partenza è stato con il segretario episcopale della commissione della migrazione in Belgio, Padre Mark Butaye. Ci ha spiegato come molte parrocchie di Bruxelles si siano attivate per poter ospitare migranti che hanno fatto la richiesta d’asilo. Non solo, anche molte famiglie hanno deciso di aprire le loro porte. I clandestini, tuttavia, non sono tollerati in Belgio: vengono rimandati in poschissimo tempo nel loro paese d’origine. La Chiesa belga si sta battendo perché il rientro possa essere allungato il più possibile (magari per poter finire l’anno scolastico) e quindi partire con un bagaglio scolastico e culturale più ampio. “Accogliere vuol dire prendersi tutto in carico, come il buon samaritano” ci ha raccontato. Questo vuol dire non solo che dobbiamo conoscere la sua storia e il suo passato, ma che se vogliamo veramente accoglierlo, dobbiamo “farci carico di tutta la sua famiglia, i suoi amici e tutte le persone che verranno dopo”. Un’accoglienza a 360 gradi. Link source