Aricolo di Raffaella Cosentino. Con un articolo di Gianluca Di Feo

DA BORDO DELL’AQUARIUS – Un’enorme distesa di mare con il sole a picco e niente all’orizzonte per giorni. C’è qualcosa di irreale in questa vasta linea del fronte a ridosso delle acque territoriali libiche, in cui i sommersi e i salvati si sono giocati la vita alla roulette russa del Mediterraneo. Sul ponte dell’Aquarius, una nave dell’Ong italo-franco-tedesca Sos Méditerraneé attrezzata in collaborazione con Medici senza frontiere, si fanno i turni di vedetta. Si monitora il radar. I soccorritori e l’equipaggio, dal capitano in giù, stanno per ore attaccati al binocolo.

L’Aquarius ha due scialuppe di soccorso. La prima, più grande, può portare una quindicina di persone per volta in una sorta di navetta fino al ponte. Effettua una decina di rotazioni per svuotare il gommone. La seconda, più piccola, viene inviata con i giubbotti di salvataggio, un soccorritore di Sos Med e un mediatore di Msf con il compito di tenere a bada i migranti, comprensibilmente in preda al panico. Quandi si avvista un gommone carico di profughi, la visione dalla scialuppa è impressionante, anche per un professionista del mare come Jonathan Gerecht, 32 anni, di Marsiglia, ufficiale della marina mercantile a lungo imbarcato su navi da crociera e commerciali. “Non posso dimenticare il mio primo soccorso, ad aprile – racconta Gerecht – è stato il primo contatto con i rifugiati in vita mia. Me li sono trovati davanti, loro erano più di cento e noi solo due. È stato un incontro difficile e commovente. In quel momento dovevo spiegargli che, dopo molte ore in mare, dovevano essere ancora pazienti e non salire tutti insieme sulla scialuppa, altrimenti ci avrebbero rovesciati in acqua. Dovevo essere fermo, ma gentile, cercare di non urlare per non aumentare il panico. Alla fine tutto è andato bene”. Seduti su ogni angolo del gommone ci sono uomini, bambini, donne incinta, neonati e feriti. “Ne ho visti ustionati dalla benzina mista all’acqua di mare, in ipotermia, feriti in Libia dalle bastonate o da colpi di arma da fuoco – prosegue Gerecht – a volte sono così deboli che non riescono neanche a salire sulla scialuppa o dalla scialuppa al ponte della nave, per cui bisogna sollevarli in due a braccia”. Dal mare la prospettiva cambia e si capisce che il naufragio e l’ecatombe non sono l’eccezione. Il miracolo, al contrario, è quando va tutto bene.

“Dobbiamo spiegargli come mettersi il giubbotto di salvataggio, non è facile per chi non l’ha mai fatto”, spiega Mathias Menge, il capo delle operazioni di soccorso. Nel caso più disperato di un gommone che l’Aquarius ha soccorso il 17 aprile quando era già mezzo affondato, i giubbotti non sono stati neanche distribuiti, non c’era tempo. “E’ stato drammatico – continua – le persone ci annegavano davanti, non ci è rimasto che afferrarli dall’acqua con le nostre mani e comunque siamo riusciti a salvarne 108 (28 sono stati i morti e i dispersi secondo la polizia italiana, ndr). Fossimo arrivati trenta minuti dopo, sarebbero affogati tutti”.

Dopo due giorni di navigazione da Trapani, con le onde alte più di quattro metri che hanno allungato il viaggio ben oltre le canoniche 30 ore, siamo arrivati in posizione di ricerca e soccorso, a venti miglia da Tripoli. Apparentemente siamo soli. Le comunicazioni via radio e il radar ci dicono che non è così. A poche miglia di distanza naviga la Dignity I di Medici senza frontiere, che insieme all’altra nave di Msf, la Bourbon Argos, ha salvato 4000 persone in un mese. Vicina è anche la Sea Watch, allestita da un’Ong tedesca che non può prendere persone a bordo, ma avvicina i barconi per distribuire giubbotti di salvataggio e resta di guardia in attesa dell’arrivo dei soccorsi. Nei prossimi giorni si aggiungeranno poi anche due imbarcazioni di Moas. Sul monitor non compaiono le navi da guerra, della missione militare europea Eunavformed, dell’italiana Mare Sicuro e di Triton, l’operazione gestita dall’agenzia europea delle frontiere Frontex. Queste unità non usano l’Ais, il sistema automatico di identificazione. Ma chiamano via radio Alex, il comandante bielorusso dell‘Aquarius, e i suoi secondi ucraini, Vitaly e Alex. Oppure parlano con la Dignity I e con Sea Watch per coordinarsi nei soccorsi. Ci indicano in che posizione andare a controllare la segnalazione di un gommone alla deriva. Ogni tanto ci vediamo sorvolare da un aereo militare. Il mare dove si consumano le stragi è una massa d’acqua grande quanto Lazio, Toscana, Umbria, Abruzzo e Marche messe insieme. I numeri delle vittime sono quelli di una guerra, le forze in campo anche. Secondo l’Agenzia Onu per i rifugiati (Unchcr), i migranti morti sulla frontiera liquida del Mediterraneo nel 2016 sono stati 2.510 (nello stesso periodo del 2015 erano stati 1.855) a fronte di 204.000 partenze. Eppure questo non è solo un cimitero. Per 47.478 profughi salvati solo nel 2016 è stato anche l’inizio di una nuova vita. 327 barconi sono stati soccorsi quest’anno sotto l’ombrello del Centro Nazionale di Coordinamento per il soccorso marittimo (Mrcc) che a Roma riceve gli Sos dai gommoni e dirotta sul posto tutti i mezzi presenti in zona: militari, mercantili, rimorchiatori d’altura e navi umanitarie delle Ong come l’Aquarius. È un nuovo corso anche per questa imbarcazione di 77 metri, con lo scafo tutto dipinto d’arancione, battente bandiera di Gibilterra, affittata insieme all’equipaggio da Sos Méditrraneé. L’Aquarius è in mare da quarant’anni, ma è ancora in ottimo stato. Ha molto spazio sul ponte e può trasportare fino a 400 persone. È molto robusta perché nelle sue vite precedenti è stata una nave di protezione per la pesca e di ricerca scientifica. Nei tempi morti scambiamo qualche parola con Menge. “A volte ho l’impressione che questi morti per l’Europa siano solo un deterrente all’ingresso dei migranti sul nostro territorio – dice – il punto è che dobbiamo decidere come trattare le vite umane”. Senza corridoi umanitari e un modo legale di viaggiare, è come svuotare il mare con un cucchiaio. Questi 26, tra uomini e donne, che si trovano a bordo dell’Aquarius sono venuti nel Canale di Sicilia ad offrire le loro braccia per afferrarne altre, quelle di esseri umani che supplicano di non andare a fondo. “Giusto in tempo” è la parola d’ordine per Menge. Trovare un gommone che porta tra le 110 e le 140 persone è sempre un terno al lotto e una corsa contro gli ostacoli. Quando il ‘target’, le cui coordinate sono state segnalate dalla centrale operativa di Roma, finalmente compare all’orizzonte, dal ponte di comando si vede una massa indistinta di esseri umani che agitano le mani per chiedere aiuto. A quel punto il capitano suda freddo, manovra con grande attenzione e rallenta fino quasi a fermare i motori. Il primo recupero a cui assistiamo è quello di 119 persone su un gommone di plastica bianca. Ci spiegano che è diverso da quelli grigi, perché è meno resistente. Pare li fabbrichino direttamente in Libia. Bucano la frontiera ma poi cedono, spaccandosi a metà per il sovraccarico dopo poche ore di navigazione. È un soccorso in cui fila tutto liscio. Terminate le operazioni le condizioni meteo peggiorano però rapidamente. “Si è alzato un vento forza sette e poi forza otto – dice Menge – appena un’ora dopo sarebbe stato un disastro”. I trafficanti li buttano in mare dalle spiagge libiche con il buio, fra la mezzanotte e le due del mattino. I gommoni impiegano circa sette ore a uscire dalle 12 miglia marittime che segnano il confine territoriale delle acque libiche, il limite che non si può superare per andare a recuperare i naufraghi, anche nei casi in cui stiano affondando. Nei versi dall’esilio, i Tristia, Ovidio sosteneva di non temere la morte, ma il naufragio, perché non concede una tomba ma solo di essere mangiati dai pesci. L’Aquarius e le altre imbarcazioni umanitarie cooperano con le navi militari per sottrarre il maggior numero di persone a una fine tanto orrenda. Il destino di queste cinquantamila persone salvate dall’inizio dell’anno sarebbe stato in fondo al mare se non fossero arrivati i soccorsi. Tra le cinque e le sette del mattino sull’Aquarius arriva la telefonata o il fax del comando della centrale operativa della Guardia Costiera, l’Mrcc di Roma. A quel punto si fa rotta verso la posizione indicata. Ogni giorno, in questa specifica area di soccorso del Canale di Sicilia, ci sono dalle quattro alle dieci navi che la Guardia Costiera può mobilitare. Ma quando, come nei giorni scorsi, ci sono oltre una ventina di gommoni e barconi in acqua contemporaneamente, può succedere di non fare in tempo a raggiungerli. Alla Guardia Costiera italiana la chiamata di soccorso arriva con un Sos lanciato da un telefono satellitare Thuraya che nell’80 per cento dei casi viene dato dai trafficanti alle persone sul gommone, insieme al numero di telefono della centrale operativa di Roma. La Guardia Costiera innesca l’operazione di soccorso passando l’informazione, di prassi, a tutti i paesi confinanti. Ma nessuno interviene. La Libia non ha in questo momento un’organizzazione che risponde alle emergenze di soccorso. Il motivo per cui la Guardia Costiera italiana deve operare il soccorso in acque di competenza libica è che, in base alla Convenzione di Amburgo del 1979, la responsabilità è del centro di soccorso che per primo riceve l’Sos. Queste barche devono essere assolutamente evacuate perché non hanno la stabilità sufficiente per poter navigare, non hanno una bandiera, non appartengono a nessuno Stato, sono senza equipaggio e prive di attrezzature di salvataggio. Sono sovraccariche, con a bordo donne, bambini e persone che hanno necessità di assistenza medica.

Le Ong devono relazionarsi con gli apparati militari su più fronti. All’Aquarius viene chiesto diverse volte di procedere alla distruzione dei gommoni, che è uno dei compiti della task force europea Sophia EunavforMed come contrasto al traffico di esseri umani. Ma che alla fine si risolve in un contributo all’inquinamento del mare, con i gommoni bucati e affondati con tutto il motore, carichi di spazzatura. Oppure bruciati in acqua con i serbatoi ancora pieni di benzina dalle navi militari dei diversi paesi coinvolti. Da questi mezzi, italiani ed europei, Sos Méditerraneé prende spesso a bordo centinaia di migranti soccorsi per trasferirli sulla terra ferma, in Sicilia, Calabria, Puglia o Sardegna.

Non di rado la destinazione, indicata dalla Guardia Costiera insieme al ministero dell’Interno, cambia nel corso del tragitto e l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Assistiamo così a una staffetta in acqua. Prendiamo a bordo centinaia di persone dalla nave da guerra tedesca Frankfurt e soccorriamo due gommoni. Dirigiamo verso Lampedusa, ma non ci viene concesso l’ingresso in porto. I 368 migranti, comprese donne, bambini e feriti, devono essere trasferiti a braccia a due motovedette della Guardia Costiera e a una della Guardia di finanza. Un’operazione difficile, durata alcune ore, prima di riprendere il largo.

DA BORDO DELL’AQUARIUS – “In una settimana qui sono morte 900 persone, a cui avrei potuto tendere la mano, a cui avrei potuto sorridere, a cui avrei potuto dare un avvenire dall’altro lato di questo cimitero solo con la forza dei miei muscoli”. Non si dà pace Antoine Laurent, 25 anni, nato a Lorient in Bretagna, ufficiale della Marina mercantile che ha preferito l’Aquarius alle navi di ricerca petrolifera su cui lavorava prima. “Qui si scrive in parte la storia dell’umanità. Verranno ricordate le tragedie, l’indifferenza di massa, ma anche le mani tese. Io ho scelto da che parte stare”.

I soccorritori dell’Aquarius sono come angeli in un inferno d’acqua. Navigano grazie a un gigantesco crowdfunding. L’operazione costa 11 mila euro al giorno, si prevede che serviranno 3,6 milioni di euro per tutto il 2016, di cui oltre un milione deve essere ancora trovato. A bordo ci sono tre squadre diverse: Sos Méditerraneé composta soprattutto da marinai che si fanno carico del salvataggio, Medici senza frontiere che si occupa della cura delle persone a bordo, distribuendo vestiario, coperte, cibo e fornendo assistenza medica, e l’equipaggio della nave che va dal ponte di comando alle cucine. Vengono da Libano, Canada, California, Francia, Germania, Inghilterra, Ghana, Ucraina, Bielorussia, Italia, Olanda, Polonia, Eritrea. Eppure agiscono come un unico corpo affiatato. Come gli ingranaggi che girano a ritmo in una macchina di soccorso che si sta rodando con l’esperienza. A differenza dei corpi specializzati della Guardia Costiera o dei militari, nessuno ha insegnato loro come salvare un gommone di rifugiati in pericolo. Si sono preparati in via teorica, hanno fatto delle esercitazioni. Passano lunghi e snervanti giorni d’attesa e quando alla fine il comando della Guardia Costiera rilancia un Sos, nessuno sa come andrà a finire. Con il passare delle ore, i fax dell’Mrcc da Roma si moltiplicano. Le imbarcazioni in pericolo diventano due, tre, cinque. A questo punto il battello arancione si dirige senza esitazione sulla linea del fronte. Nelle tre settimane passate a bordo, assistiamo al salvataggio di oltre seicento persone, fra cui 124 minor. La maggioranza di questi viaggia senza famiglia e la bimba più piccola ha appena due mesi. I soccorritori non sono volontari, vengono retribuiti, ma hanno scelto di propria iniziativa di partecipare alla missione, spesso rinunciando a incarichi pagati molto meglio.

“Abbiamo cinque donne gravide, di cui una all’ottavo mese e anche una minorenne incinta. Poi ci sono diverse ragazze nigeriane, forse vittime di tratta, ma è difficile dirlo qui a bordo”. Con nonchalance, Angelina Perri, ostetrica piemontese di Medici senza frontiere e unica italiana imbarcata in questo momento sull’Aquarius, fornisce il bollettino dello ‘shelter’, il rifugio coperto in cui vengono sistemate le donne, insieme ai minori e ai feriti. Per lei che ha lavorato in Sudan, a Lampedusa e nei centri di detenzione per migranti in Grecia, la prima esperienza a bordo di una nave di soccorso in mare è comunque “toccante”.

Il suo collega Amanuel Tekle, il mediatore di Msf, è un eritreo, rifugiato prima in Inghilterra e poi a Stoccolma, dove vive con la moglie e i suoi tre bambini. Ha una motivazione in più per essere nel Mediterraneo. Nel 2001 ha fatto lo stesso tragitto, approdando su una spiaggia di Noto a bordo di una barca da pesca, in fuga dal regime eritreo. “Conosco tutte le lotte che queste persone devono fare, sono passato dal Sahara e dal mare e sono felice di aiutare quelli che arrivano ora – dice commosso – Credo che arriveranno molti eritrei, perché la dittatura ha fatto del nostro paese una grande prigione e la situazione sta peggiorando”. Il raggio d’azione dell’Aquarius è a circa 20 miglia a nord di Tripoli, da est a ovest. All’inizio la nave si posizionava in direzione di Az Zuwiya, una zona da cui si erano verificate molte partenze. Ma poi il flusso di profughi ha cambiato direzione e così anche l’Aquarius si è spostata più ad occidente. Nelle giornate di buona visibilità, dal ponte della nave si vede la costa libica, sembra di distinguere le ombre dei palazzi, le luci sul fare dell’alba. Ma di notte si torna indietro, a 30 miglia, a distanza di sicurezza dalla guardia costiera libica. E tutte le porte, tranne quella del ponte di comando, vengono chiuse dall’interno per rallentare la penetrazione di un eventuale commando armato che potrebbe salire a bordo. Sono solo precauzioni, nessun segnale concreto di pericolo. “Non voglio esagerare questo problema”, afferma il capo delle operazioni di soccorso per Sos Med Mathias Menge mentre istruisce tutti su come comportarsi in caso di abbordaggio. Sono però misure prese dopo un episodio preciso. Ad aprile la nave dell’Ong tedesca Sea Watch è stata abbordata da una motovedetta della sedicente guardia costiera libica, armata fino ai denti, con la minaccia di essere condotta in un porto libico. Praticamente quasi un sequestro. “Siamo intervenuti noi dal comando operativo di Roma e tutto è rientrato”, spiega il capitano Nicola Carlone, a capo del reparto Piani operativi della Guardia Costiera italiana. Carlone conferma che in seguito la Guardia Costiera libica ha detto di non volere queste navi private nelle acque di ricerca e soccorso di sua competenza. “Una cosa completamente illegale”, secondo Menge. “Davanti al loro disappunto, abbiamo spiegato che sono imbarcazioni di soccorso coordinate da noi e abbiamo trovato un modus operandi per continuare ad avvalerci di queste navi delle Ong – ribadisce Carlone – perché ci stanno dando un aiuto incredibile con delle barche capaci di intervenire velocemente per salvare più persone possibile”.

E così l’Aquarius continua a fare la spola, da fin sotto la Libia fino a Trapani, portando a terra anche i migranti soccorsi dalle navi militari. Come la Spicadella marina italiana, da cui vediamo trasferire 114 persone. O le “European warship” come si definisce la nave da guerra tedesca Frankfurt che ce ne consegna altri 115. A bordo avevamo già 137 persone di un primo gommone salvato e 116 di un secondo. Con 368 passeggeri in più, la nave fa rotta verso l’Italia, mentre cala la sera. I migranti stanno appallottolati nelle coperte fornito da Medici senza frontiere. Alcuni guardano ancora il mare ed è uno sguardo carico di gratitudine per chi li ha salvati e per la sorte che è stata, una volta tanto, benigna.

L’Europa è ancora a quasi due giorni di navigazione. Si respira un’atmosfera di gioiosa, una stanchezza piena di soddisfazione. È un momento in cui ci si rilassa e si può parlare con i nuovi arrivati che trovano la forza di raccontare l’indicibile vissuto in Libia. “Ho passato sei mesi in una prigione di Tripoli – racconta un ragazzo del Gambia – ci picchiavano come se fossimo animali, chi ha la pelle nera non può sopravvivere là. Per uscire si devono pagare mille dinar libici ai poliziotti. Poi i trafficanti sulla spiaggia ci hanno rinchiusi in 85 in un buco nella terra, sotto la minaccia delle armi. Per cinque giorni siamo stati lì, prima di partire. Non sapevamo che la barca fosse un gommone malmesso”. Le donne nigeriane intonano un inno a Gesù. Sono fuggite da Boko Haram e sono passate attraverso stupri e sevizie. È questa l’umanità che l’Europa vorrebbe chiamare “migranti economici” da selezionare negli Hotspot all’arrivo. Ma le loro storie sono di migranti forzati, quelli che non hanno avuto scelta.

Un’emergenza che unisce militari e pacifisti di Gianluca Di Feo ROMA – Volontari pacifisti che si coordinano con militari, militari che vanno a lezione dalle Ong. Nel Canale di Sicilia è nato un grande laboratorio di cooperazione umanitaria, con navi di bandiere molto diverse unite dalla missione comune: salvare chiunque sia in pericolo. Da questi rapporti spontanei e quotidiani, l’operazione europea anti-scafisti “Sophia” ora cerca di definire linee guida universali che migliorino i soccorsi. “E’ un modello che abbiamo sperimentato con l’attività contro i pirati a largo della Somalia”, spiega l’ammiraglio Enrico Credendino, comandante della flotta Ue: “In quel caso si trattava di condividere l’esperienza di chi era riuscito a fermare gli abbordaggi e diffondere le pratiche migliori contro i predoni; adesso invece si condividono i metodi per soccorrere le persone e assisterle nel rispetto dei diritti e della dignità. Abbiamo lanciato un forum per confrontarci con tutte le organizzazioni internazionali. La prima riunione a novembre ne ha raccolte 38, alla seconda poche settimane fa hanno partecipato in 78. Numeri che testimoniano l’interesse per quello che vogliamo costruire”.

In questo forum – chiamato Shade Med – c’erano anche i rappresentanti degli armatori, perché spesso i soccorsi vengono condotti dai mercantili. E quelli delle Ong con cui la missione Sophia è in contatto: la struttura Ue infatti ha stabilito relazioni con Sea Watch, Medici senza frontiereSave the ChildrenMoasInternational Medical CorpsSea EyeSos Méditerraneé.

Un anno fa, il comando europeo ha subito siglato un accordo con l’Unhcr, l’organismo Onu che si occupa di rifugiati, per addestrare i militari a confrontarsi con la realtà dei profughi. Una formazione che avviene nella base navale di Augusta. “Non riguardava gli italiani, che ormai hanno una lunga esperienza, ma il personale degli altri paesi europei presenti in Sophia che non si era mai occupato prima dei salvataggi”. E questo rapporto è poi stato esteso a Unicef, fino a compilare insieme un manuale operativo che viene distribuito agli equipaggi delle unità militari e mercantili che si muovono nel Mediterraneo. Credendino spiega che la collaborazione con le Nazioni Unite è servita anche ad abbattere le diffidenze iniziali verso lo schieramento della flotta europea. “Io ho incontrato i rappresentanti libici, algerini, tunisini, egiziani, turchi. Ho presentato la nostra attività alla Lega Araba e all’Unione Africana. E ho spiegato che li consideriamo partner fondamentali e che vogliamo lavorare insieme a loro: il nostro obiettivo è dare una speranza. Una cosa che oggi hanno capito tutti”. Link source