Articolo di Chiara Sambuchi

Palazzo Selam, periferia di Roma, dimora stabile di circa ottocento rifugiati provenienti dal Corno d’Africa. Il mio viaggio tra i migranti minori non accompagnati inizia qui. E’ già tardi, forse le undici, forse mezzanotte. Non ho né telecamera né macchina fotografica perché nessuno vuole essere immortalato qua dentro. La mia presenza è tollerata solo perché sono con Donatella d’Angelo, la dottoressa volontaria che da anni si occupa con la sua associazione di portare assistenza medica a chi vive qui. Fa freddo ed è umido. In una stanza senza mobili, un vecchio televisore schiamazza per terra. Seduti in semicerchio lì intorno ci sono una decina di ragazzini tra i dodici e i quindici anni. Non vivono qui – lo scopro poco dopo –  sono solo di passaggio, accolti dalla solidarietà della gente del palazzo. Insieme davanti a quel televisore, c’è una struggente ricerca di normalità, in una situazione che di normale e dignitoso non ha nulla. Sono minori stranieri non accompagnati (Msna), sono appena arrivati in Italia, da soli. E hanno ancora davanti a sé un lungo viaggio attraverso l’Europa, quasi tutti sono diretti verso Nord.

Qualche settimana dopo, io e la mia troupe decidiamo di imbarcarci sulla San Giorgio, per girare un reportage sulla missione Mare Nostrum. Nel corso di un pomeriggio gli operatori radar scorgono un puntino in mezzo a un mare particolarmente ventoso, un puntino che si muove in modo anomalo. Inviano un elicottero che in pochi minuti conferma: è un barcone che avanza a fatica tra onde altissime. Dopo un’estenuante operazione di salvataggio, gli operatori della Marina riescono a portare in salvo tutti i migranti accatastati l’uno sull’altro su di un vecchio peschereccio che viene dall’Egitto. Rientrata nella “pancia” sicura della nave, realizzo che almeno un terzo di loro sono minori non accompagnati. Ragazzini tra tredici e sedici anni, silenziosi, lo sguardo stanco, fragili, dietro la corazza di circostanza. Anche gli operatori della San Giorgio mi confermano che una grande percentuale dei migranti che salvano dal mare sono bambini e adolescenti che viaggiano soli. E’ il 2014: alla fine dell’anno il ministero dell’interno italiano rende noto che circa tremila Msna registrati in Italia sono poi scappati senza lasciare traccia.

Perché scappano? Dove vanno? Chi li attende e dove? E’ a quel punto che comincia la mia ricerca, e inizio a lavorare a un documentario sul tema. Mi chiedo se fuggano dall’Italia per cercare fortuna altrove, in Germania, in Francia o forse nei paesi scandinavi.  Ma scopro che scompaiono anche dai centri di accoglienza degli altri Paesi europei. Scomparsi, come risucchiati da un nulla inquietante. Bambini di dodici o tredici anni, un esercito di possibili vittime per ogni tipo di sfruttamento. Non riesco a credere che siano in grado di dribblare così facilmente i sistemi di protezione europei. Mi metto sulle loro tracce. La prima tappa è Passau, cittadina tedesca alla frontiera con l’Austria. Da settembre 2015 qui regna il caos: da quando Angela Merkel ha “simbolicamente” accolto a Monaco di Baviera quel primo treno su cui viaggiavano centinaia di siriani, Passau è sopraffatta dagli ingressi. Le autorità hanno enormi difficoltà a registrare tutti. E tra questi tanti sono minori non accompagnati. Per loto l’iter burocratico è scritto: l’ufficio tedesco per la tutela dei minori interviene e si fa carico di chi viaggia senza famigli, li registra e cerca loro un alloggio in apposite strutture. Eppure non è questa la meta dei ragazzini scomparsi dall’Italia. A Passau scopro che anche da qui l’esercito di ragazzini scompare, proprio come in Italia: dall’agosto 2015 un terzo dei minori non accompagnati registrati nella città bavarese è fuggito. I responsabili degli uffici per la tutela dei minori non sporgono più nemmeno denuncia, perché – mi spiegano – sanno che nessuno tenterà di ritrovarli: il sistema sta impedendo, non c’personale sufficiente per svolgere indagini di questo tipo. Non è così nel resto della Germania, dove si sporge ancora denuncia quando un ragazzino migrante scappa. Karl Mooser, a capo dell’ufficio per la tutela dei minori della cittadina di Ravensburg (appena 50mila abitanti), ha lo sguardo stanco scoraggiato. Dal territorio sotto la sua giurisdizione, nel 2015 sono scomparsi 135 bambine e bambini. Il più piccolo degli scomparsi aveva appena nove anni. E’ stata sporta denuncia per ognuno di loro, ma dei 135 scomparsi da Ravensburg e inghiottiti nelle maglie di chissà quali reti criminali ne è stato ritrovato solo uno: in Francia, rintracciato dalla polizia e identificato grazie alle impronte digitali.

Che fine hanno fatto tutti gli altri? Nessuno li cerca. E, soprattutto, non esiste una specifica istituzione europea per la loro tutela. Sono diversi i corpi di polizia europei che indagano sulla loro scomparsa: prostituzione, spaccio di droga, traffico di organi, sono i mondi che accolgono questi piccoli schiavi che scompaiono nel bel mezzo delle nostre città europee. Il reclutamento nelle fila di organizzazioni terroristiche l’altro, probabile, buco nero che li risucchia. A Colonia, qualche settimana fa, un gruppo di giovani tedeschi di origine araba ha proposto a un centro di prima accoglienza di insegnare tedesco ai nuovi arrivati. La proposta è stata accolta con entusiasmo dai gestori del centro, finché un assistente sociale non ha scoperto che i giovani volontari appartenevano a “Medizin Mit Herz”, un’organizzazione islamica già da tempo sotto stretto controllo dalla polizia tedesca per le sue simpatie fondamentaliste. L’accusa è che cercassero nuovi affiliati tra i giovanissimi migranti. Le indagini sul traffico di minori procedono a rilento e le organizzazioni europee tentennano. Mentre scrivo, migliaia di bambini e ragazzini continuano ad arriverai Europa da Siria, Afghanistan e varie parti dell’Africa in cerca di protezione. Ma trovano abbandono e schiavitù. Nell’Europa 2016. La mia ricerca continua: prossime tappe, Atene e Melilla. Ancora sulle rotte dei piccoli schiavi d’Europa.

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