Articolo di Riccardo Noury

Chiusa la “rotta balcanica”, sgomberato il campo di Idomeni, bloccati i nuovi arrivi grazie all’accordo tra Unione europea e Turchia, si può chiudere il capitolo del viaggio dei migranti lungo il percorso terrestre dell’Europa sud-orientale? Decisamente no. C’è qualcosa che va ancora raccontato. Lo fa il foto-giornalista Livio Senigalliesi, cui oggi lascio lo spazio di questo blog. Nel mese scorso, durante il lungo viaggio svolto sulla “rotta balcanica”, tra le tante storie raccolte da Lesbo a Gorizia, avevo percepito qualcosa di non detto. Tanti racconti si fermavano a un certo punto e le tante sofferenze raccontate dai media mainstream mi sembrava avessero lasciato un diffuso grado di assuefazione tra i lettori spaventati da titoloni allarmanti che annunciano “l’invasione”. Gli sbarchi a cui avevo assistito nell’isola di Lesbo, portavano persone sfinite e traumatizzate ma avevo l’impressione che nessuno si preoccupasse dei loro traumi. Bastava una tenda e un piatto di pasta e l’occidente si era lavato la coscienza. Nelle stanze di Bruxelles si pensava già al loro rimpatrio. Quando li avvicinavo per chiedere delle interviste utili al documentario, non mi sentivo di andare più a fondo e di scavare in quel “non detto”. Avevo rispetto e lasciavo che fossero loro ad avvicinarmi secondo tempi e modi dettati dal loro stato d’animo. Mi rendevo conto che queste persone più che di medici e di cibo avessero bisogno di psichiatri. Traumi di guerra e mancanza di prospettive li distruggevano giorno dopo giorno. La loro capacità di resistenza era messa a dura prova. Dato che in questi 24 giorni di viaggio io ed il mio collega Denis, film-director, avevamo visto troppe ingiustizie, credo sia giunto il momento di parlare, chi sa non taccia. Solo vivendo come un profugo tra i profughi e documentando il lavoro dei team medici, puoi avvicinati a comprendere i tanti drammi non detti, le violenze, le torture, il Male subito da tanti migranti. Proprio qui nel nord della Serbia dove ci sono tanti profughi delusi e depressi perché restati “imbottigliati”, sono venute fuori confidenze o sfoghi che in altre situazioni sarebbero rimaste chiuse nei loro cuori. Molti non si aspettavano di essere tanto maltrattati in quella che loro immaginano la “Patria del diritto”. A Moria, nell’isola di Lesbo, c’è un campo di concentramento con 3000 donne, bambini, disabili, anziani malati. Lo sappiamo da quanti vi operano e dai profughi più vulnerabili che sono stati portati in centri dove operano numerose Ong. Qui i profughi finalmente parlano con persone specializzate, chiedono asilo politico, denunciano violenze e l’uso di gas lacrimogeni anche in presenza di donne, bambini e neonati. Qui verifichiamo quanto poco sappiamo di ciò che accade dietro quelle mura erette a difesa della Fortezza Europa. Più a nord, a Subotica, lungo il muro della vergogna costruito tra Serbia e Ungheria, abbiamo avuto la fortuna di incontrare alcuni migranti marocchini, iracheni, algerini, afghani, che si sono voluti sfogare, che hanno avuto fiducia di noi perché abbiamo dimostrato un vero interesse, abbiamo dato loro il tempo di conoscerci, abbiamo condiviso giorni e notti nella terra-di-nessuno. Tutto è iniziato con un tè al tramonto tra la polvere e il filo spinato a Kelebia. Poi sono venuti i racconti ed è arrivato il buio e il vento freddo. Fumando nervosamente una sigaretta dopo l’altra e riattizzando il fuoco, il volto cotto dal sole di Mohamed ha iniziato a rigarsi di lacrime. È seguito un lungo pianto. Poi piano piano Mohamed ha iniziato a parlare della fuga nei boschi nella Macedonia, dell’imboscata dei malviventi che li aspettano per portargli via gli ultimi soldi rimasti. Bastonate a non finire, violenze inaudite confermate dai medici che li hanno in cura in un centro specializzato della Serbia. Le vittime sono tutti maschi tra i sedici e 20 anni. Mohamed ricorda:

“Eravamo in 4, avevamo pagato i trafficanti per raggiungere la Serbia. Ad un certo punto hanno estratto le armi, ci hanno legato le mani e bendato gli occhi. Poi ci hanno portato dentro una casa. Sentivamo urla provenire da altre stanze. Hanno continuato a picchiarci e a torturarci fino a quando uno dei capi ci ha detto di telefonare a casa ai nostri parenti per far spedire 1000 dollari Usa a testa. Se i famigliari potevano pagare, finivano le botte altrimenti i profughi sparivano, venivano liquidati. In attesa del pagamento venivamo messi in una cantina sudicia senza latrina e non ci davano neppure pane e acqua. Credevamo di morire. Poi quando il bakshish era arrivato, venivamo marchiati a fuoco come delle bestie. Era la nostra ricevuta di pagamento. E venivamo lasciati liberi. Degli altri non abbiamo saputo più nulla”.

Non ci sono prove ma si parla di un traffico d’organi organizzato dalla malavita per spolpare i profughi fino all’osso. A questo punto Mohamed tace come ci fosse qualcosa di imbarazzante, di indicibile. Ma Ahmed prende coraggio ed arriva fino in fondo, parlando di violenze sessuali e di abusi di ogni genere. Nel buio della notte, alla luce di un piccolo fuoco, un giovane iraniano alza la manica e scopre il braccio urlando:

“Vedi cosa ci hanno fatto? Ecco il marchio della vergogna. Il capo della banda parlava macedone ma c’erano anche serbi, greci e pakistani. Le mafie sono tutte d’accordo e noi siamo solo come agnelli in attesa del sacrificio”.

Tutto questo avviene qui vicino a noi, ad un’ora di volo da Roma. La polizia macedone conosce le coordinate del luogo ma non interviene. Penso che con tutte le tecnologie oggi a disposizione ci vorrebbe poco a stroncare la rete dei trafficanti, sradicare senza pietà questa massa di criminali che fino a qualche anno fa rubavano i portafogli ai turisti e adesso strappano la pelle a questi poveri disgraziati che l’Europa non sa accogliere nè proteggere. Perché non si usa Frontex, Interpol, intelligence o i droni della Nato per colpire questi pericolosi criminali? Mi viene da pensare male, ma certe volte non ci si sbaglia. A mio modesto parere, la corruzione è arrivata a tali livelli che i migranti sono un business per tutti. Di fronte a  questa crisi umanitaria finisce l’Europa dei diritti e inizia la legge della savana. Chi restituirà mai a questi ragazzi la convinzione di essere arrivati in un luogo migliore di quello che hanno lasciato?

Corriere della Sera