Articolo di Stefano Liberti

La nave che certifica la riapertura ufficiale della rotta egiziana attracca al porto di Augusta alle nove e mezza del mattino del 13 maggio. A bordo della nave Peluso della guardia costiera ci sono 342 migranti soccorsi in alto mare a 160 miglia dalle coste siciliane. Ospitati nel tendone allestito all’interno del porto, sono sottoposti a una prima sommaria identificazione.  La maggior parte sono egiziani. Sono giovanissimi, quasi tutti minorenni. Alcuni addirittura bambini, mostrano meno di 14 anni. Oltre a loro, ci sono eritrei, sudanesi, somali, un paio di famiglie irachene. Ma il dato nuovo non è la loro nazionalità. È il luogo da cui sono partiti: le coste egiziane. Dopo alcuni sporadici arrivi nel mese di aprile, lo sbarco del 13 maggio è la certificazione definitiva della ripresa di quella che sembra essere la nuova rotta della prossima estate: quella che dalle coste vicine ad Alessandria punta verso la Sicilia. Numericamente, lo sbarco ha dimensioni non indifferenti: i 342 arrivati ad Augusta sono solo una parte di quanti sono stati soccorsi in alto mare. In due operazioni separate, il giorno prima erano stati tratti in salvo due grandi pescherecci, entrambi partiti dall’Egitto, con a bordo complessivamente 898 persone. Gli altri sono stati caricati da altre due navi e portati rispettivamente a Catania e a Palermo.  Per tutti loro il viaggio è durato giorni, addirittura settimane, con un meccanismo di riempimento progressivo dei barconi su cui erano stati caricati. “Abbiamo passato in mare 14 giorni”, dice Mohamed, un ragazzo somalo di 24 anni che rimarca la cifra con le dita della mano mentre ripete “fourteen, fourteen”. Altri ci hanno messo undici giorni, altri ancora sei. Diverse barche sono state utilizzate per trasbordare mano a mano le persone dalla costa verso le due navi madri, che hanno puntato verso l’Italia solo quando si sono riempite. Alaeeden, un ragazzo sudanese di 22 anni, conferma: “Ogni giorno arrivavano nuovi gruppetti”. Mohamed strascica i piedi e dice: “Non posso credere che sto toccando terra”. Quella in partenza dall’Egitto sembrava ormai una rotta del passato. Poi, cosa è successo? Come mai si è riaperta? Rispetto alla classica via libica, dall’Egitto i giorni di navigazione sono molti di più, anche perché le organizzazioni degli scafisti usano i pescherecci che riempiono gradualmente – dalla Libia partono invece per lo più gommoni con un centinaio di persone a bordo. Ma i rischi a terra sono molto minori. “Molti stanno partendo dal mio paese per imbarcarsi dall’Egitto, la Libia è troppo pericolosa”, dice ancora Alaeeden, che ha lasciato il Sudan un paio di mesi fa e sostiene di aver pagato 2.500 dollari per attraversare il Mediterraneo. “La Libia è un gran problema”, gli fa eco un suo connazionale. Diversi segnali indicano che è in atto uno spostamento di eritrei, etiopi e sudanesi verso l’Egitto, attraverso un passaparola che sta indicando quel paese come il nuovo punto di partenza. L’ha detto chiaramente da informazioni provenienti dalla sua comunità Meron Estifanos, nota attivista eritrea residente in Svezia. Molto usata fino al 2014 da decine di migliaia di siriani diretti in Sicilia, la via egiziana era caduta in disuso per tutto il 2015. I siriani si sono spostati lungo la rotta balcanica, meno pericolosa e più praticabile. Nel frattempo, il governo del presidente Al Sisi ha stretto collaborazioni con quello italiano per bloccare le partenze e concluso un accordo per il rimpatrio lampo dei cittadini egiziani arrivati via mare. Quella in partenza dall’Egitto sembrava ormai una rotta del passato. Poi, cosa è successo? Come mai si è riaperta? Probabilmente il congelamento dei rapporti diplomatici tra Roma e Il Cairo per la mancata collaborazione nelle indagini sull’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni, trovato morto il 3 febbraio al Cairo con evidenti segni di tortura sul corpo, ha giocato e sta giocando un ruolo in questo nuovo sviluppo. La cooperazione tra polizie è saltata. I controlli si sono fatti più laschi. Al Sisi forse ha identificato i migranti come un possibile mezzo di pressione nei confronti dei suoi ex amici italiani, sperimentando lo stesso metodo messo in campo a suo tempo per anni dal colonnello Muammar Gheddafi in Libia.

Cosa succederà nei prossimi giorni? Tutto lascia pensare che gli arrivi aumenteranno. Che le partenze dall’Egitto diventeranno di nuovo la norma. In attesa di valutare gli effetti della chiusura della via balcanica, in conseguenza dell’accordo tra l’Unione europea e la Turchia, entrato in vigore il 4 aprile. Per il momento non si è registrato uno spostamento dei siriani sulla vecchia rotta egiziana, anche perché l’Egitto ha da tempo introdotto l’obbligo di visto per i cittadini di quel paese. Ma le cose possono cambiare. Gli obblighi possono sempre essere revocati. I numeri in quel caso diventerebbero senza precedenti.

L’Italia è pronta ad affrontare una crisi come quella dell’annus horibilis 2014, quando arrivarono sulle nostre coste più di 170mila persone? Da allora tutto è cambiato. All’epoca, i migranti sbarcati, per lo più siriani, venivano fatti transitare verso altri paesi europei senza essere identificati. Oggi, l’Unione europea ha imposto l’apertura degli hot spot, centri chiusi in cui tutti i cittadini stranieri devono rimanere finché non rilasciano le impronte digitali. Molti di loro non hanno alcuna intenzione di farlo, per non finire nelle maglie della convenzione di Dublino, che li obbligherebbe a restare in Italia. Ci sono stati diversi casi di resistenza. Sono già state riscontrate violenze da parte della polizia.

“Io le impronte non le do, se m’identificano qui rimango bloccato. Piuttosto mi faccio ammazzare”, dice il somalo Mohamed, strascicando i piedi a terra e dimostrando di conoscere bene la legislazione europea. Tra apertura di nuove rotte, chiusura delle vecchie e impegni presi dal governo sulle identificazioni, tutto sembra indicare che lo sbarco di oggi ad Augusta non è che il preludio di un problema che nei prossimi mesi appare destinato a diventare esplosivo.

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