Articolo Rita Rapisardi

Sei bagni per mille persone, no elettricità, no acqua corrente. E’ una delle tante piccole Idomeni nate dopo la fine della sorella maggiore. Dopo duecentosettantasette giorni il più grande campo abusivo d’Europa è stato  cancellato  in tre, ma ora non è meglio.  Sgomberato da 700 poliziotti, una trentina di bulldozer e grazie a un via vai di autobus caricati e poi svuotati: 8.800 migranti sono stati trasferiti in campi poco distanti che ricordano le pessime condizioni di Idomeni. Una deportazione silenziosa: per l’assenza di giornalisti, tenuti a distanza dal governo greco, di organizzazioni umanitarie, stessa sorte, e per nessuna reazione da parte degli abitanti. Inutili le proteste, non sarebbero servite. E allora zitti in fila, in carovana, racimolando quanto possibile. Dopo 72 ore il governo greco ha potuto mettere un asterisco sul campo della vergogna al confine con la Macedonia, a indicare che non c’è più nessuno ad abitarlo. Ma ora su quelle centinaia di persone, che per mesi hanno vissuto nel fango, sotto la pioggia e al freddo, è calato di nuovo il silenzio. Spostate in strutture governative o campi militari allestiti in tempi record e non pronti ad accoglierle. “Sono depositi o fabbriche in stato di abbandono, con tende disposte in modo troppo ravvicinato, con poca aria e insufficienti forniture di cibo, acqua e servizi igienici”, sottolinea l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ( Unhcr )Con la chiusura dell’ accordo con la Turchia si sapeva che Idomeni non sarebbe durato a lungo, ma l’annuncio del suo sgombero, iniziato martedì 24 maggio, è arrivato con poco anticipo. Di quello che alcuni hanno paragonato a un campo di concentramento tedesco, per le condizioni e l’impossibilità di fuga, rimane solo spazzatura. Ma per le organizzazioni umanitarie ora è anche peggio. Una disorganizzazione evidenziata anche durante lo smantellamento avvenuto senza alcuna informazione ai migranti sulle destinazioni e durante il quale molte famiglie sono state separate. Soprattutto quelle che hanno familiari negli ospedali greci.Le nuove strutture di accoglienza che si trovano intorno a Salonicco, a 80 km da Idomeni, sono state finanziate dall’Unione Europea che però si difende: “Le autorità e le organizzazioni non governative stanno lavorando per rendere le cose più facili ai rifugiati. Ma sappiamo bene che qualsiasi struttura di accoglienza è meglio della vergogna di Idomeni”, ha detto il portavoce capo della Commissione Europea, Margaritis Schinas.Intanto anche Strasburgo condanna i centri: “Nei luoghi visitati mancano la luce, la ventilazione e le misure di sicurezza anti-incendio, oltre che la privacy, mentre le persone non hanno informazioni sulla loro situazione e su cosa le attende” ha detto Tineke Strik che fa parte della delegazione dell’assemblea parlamentare che attualmente si trova nel Paese per visitare i campi per rifugiati ad Atene e Lesbo.Nonostante siano campi governativi per ora non è stata garantita la possibilità di fare domanda asilo e quella di ricongiungimento familiare. Anche  Save the Children  è preoccupata per le sorti degli oltre 4.000 bambini che abitavano Idomeni denunciano “condizioni al limite del disumano”, condizioni simili a quelle di altri campi greci . “Abbiamo trovato quasi 200 persone stipate in un capannone industriale costrette a dormire sul nudo cemento con un telo di plastica e un lenzuolo. Avevano ricevuto pochissimo cibo e non avevano acqua corrente. Quattro bagni in tutto e non c’era acqua”. Ci sono 55.000 migranti in tutta la Grecia. Ora il governo punta allo smantellamento dei campi informali vicino al porto del Pireo e del vecchio aeroporto di Elliniko. Dopo la chiusura di Idomeni poi migliaia di rifugiati si sono installati in piccoli accampamenti nati spontaneamente intorno a stazioni di rifornimento e alberghi, sempre nel nord del Paese. Secondo la polizia greca sono oltre 4.000 i migranti nella zona dell’ex campo.

Link Source